In tempi non sospetti qualcuno, forse per scherzo o forse ipotizzando alcune assonanze nell’azione di governo, aveva dato al premier Giuseppe Conte del democristiano. L’etichetta aveva suscitato non poche polemiche non ultime quelle di un ex DC come Follini, che aveva giustamente cercato anche di chiarire quanto fosse poco corretto rievocare a distanza di più di un quarto di secolo un partito come quello democristiano nel contesto politico attuale. Eppure, un occhio al passato sembra essere strizzato ancora una volta durante questa crisi di governo. Andando con ordine. Il tutto si apre quando un partito della maggioranza sceglie di ritirare le proprie Ministre, ma allo stesso tempo rimane all’interno della coalizione. Era successo lo stesso al governo Andreotti nel 1990 durante il dibattito per la Legge Mammì, quando furono sei i Ministri dissidenti a dimettersi e tra i quali figurava anche il nome, guarda il caso, di Sergio Mattarella. Alla fine tutto si risolse in neanche 24 ore: Ministri rimpiazzati e passaggio alla Camera che approvava la Legge.

Tornando al giorno d’oggi però, con la scelta di Renzi il governo non è costretto a cadere e, allo stesso tempo, riesce a ottenere tempo, anche se poco, per tenere lontane quelle forze del centrodestra che vorrebbero andare a governare a tutti i costi, invocando le elezioni non a caso. Una conventio ad excludendum insomma che il tempo ha però traslato dall’emisfero sinistro a quello destro della politica italiana. Conte in questo modo è salito al Colle dal Presidente della Repubblica e, dopo aver ufficializzato le dimissioni delle Ministre di IV come recita la prassi, ha assunto la carica ad interim di Ministro dell’Agricoltura. E pensare che una volta il fatto che il Presidente del Consiglio avesse anche un proprio Ministero a cui badare, oltre la gestione della propria squadra, era la prassi. Palazzo Chigi divenne sede ufficiale del premier nel 1961 e prima era solitamente il Viminale, ossia il Ministero dell’Interno, a ospitare il Presidente del Consiglio. Basta questo? Ovviamente no.

Conte ha scelto di presentarsi alle Camera per uscire da questa crisi con quella che è considerata una vera e propria conta dei “responsabili” (o “costruttori” invocando le parole del Presidente della Repubblica Mattarella), in grado di garantire stabilità al proprio esecutivo. Il tutto potrebbe essere così risolto da una storica formazione politica italiana, il PSI presieduto oggi da Riccardo Nencini. Questo è stato il soggetto che ha permesso la nascita di Italia Viva, prestando il proprio logo nel 2019, e che oggi ha la possibilità di riportare il Garofano all’interno di una maggioranza di governo. Lo stesso segretario del partito, Enzo Maraio, ha reso noto che «è inutile nascondersi: la crisi di governo c’è e va affrontata con decisione e senza mettere tempo in mezzo. Sono queste le ore dei costruttori». Se allora è vero il principio per cui “la politica è decidere e Craxi era un decisore”, Nencini forse guardando a uno storico leader socialista ha saputo cogliere l’attimo e non perdere tempo.

Insomma, la storia che l’Italia sta scrivendo per il proprio futuro potrebbe sembrare così una mera rivisitazione di un passato ormai lontano, che per molti dovrebbe rimanere tale. Ma non è importante il mezzo che il governo sceglierà di utilizzare quanto piuttosto l’obiettivo che sceglierà di perseguire. Che si passi attraverso un Back to the past o un patto di legislatura fa poca differenza. In ballo ci sono troppi interessi per il Paese che se perduti non saranno più recuperabili, neanche con una macchina del tempo.

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