Non c’è due senza tre. Ecco perché alla fine tutto si potrebbe risolvere come già successo in passato con una firma. Questa sembra essere una delle ipotesi più concrete che si sono alternate durante il tavolo organizzato da Roberto Fico, incaricato dal Presidente Mattarella di trovare una giusta mediazione per rinsaldare le fila della maggioranza e individuare gli uomini per guidare il Paese. Il tempo scorre e mentre nella giornata di oggi il Presidente della Camera salirà al Colle per riferire, si è lavorato senza tregua in questi giorni a Montecitorio dove i gruppi che sostengono il vecchio esecutivo hanno delineato una sorta di contratto. Qualcosa di già visto in realtà, visto che anche il Conte I e il Conte II si erano fondati su quelli che vennero definiti crono-programmi.

Il primo era costituito da trenta temi mentre il secondo da ventinove. Quanti di questi punti programmatici sono davvero poi stati portati aventi? Pochi diremmo, per non sembrare troppo maligni. Resta il fatto però che nonostante gli accordi, le strette di mano e le firme (nel primo caso vennero anche autenticate) di quei governi oggi non è rimasto più nulla. Che sia per la scelta degli argomenti o per i sentimenti delle persone, che non possono essere gestiti solo da un pezzo di carta, quel che è certo è che questa volta non si possa fallire. Non ci si potrà tirare indietro. Non si potrà voltare le spalle al Paese che combatte la pandemia e che aspetta risposte certe e celeri in merito al Recovery Plan. Giusto o sbagliato che sia, la scelta di mettere tutto nero su bianco sembra essere quella intrapresa dalla maggioranza. E può andar bene sia chiaro.

In questo senso i temi dibattuti sono stati molti e quelli più importanti sono rappresentati forse dai già noti dichiarata di Iv. Nessuna volontà quindi di fare un passo indietro su sanità e giustizia che dovranno essere riveste, non a caso le posizioni occupate rispettivamente da Speranza e Bonafede. C’è poi il discorso Recovery Plan, dove tutti vogliono dire la loro, e quello che forse sta più a cuore all’ex rottamatore: le riforme costituzionali. Poi c’è la questione rimpasto, visto che se sarà ancora Conte a guidare il governo lo dovrà fare con molti cambi ai vertici, vedi come sembra i quattro Ministeri richiesti da Iv o le critiche ad Arcuri e Gualtieri, che però per il Pd è praticamente intoccabile. Insomma, ognuno resta sulle sue posizioni pare e Fico media tra le linee, trovando cavilli e pretesti per unire le parti. Ma se tutto ciò non bastasse per garantire l’inizio del Conte Ter? Mattarella avrebbe allora tre distinte via da perseguire.

Nel primo caso potrebbe scegliere di individuare un nuovo nome per guidare questa maggioranza, anche se la sensazione è che a oggi Pd, M5s, Leu e responsabili siano per un o Conte o niente. Per questo c’è anche la seconda ipotesi, che prevederebbe un governo allargato, o istituzionale, in cui anche l’opposizione farebbe parte. Prima però di qualunque possibile eccitazione per la possibilità di vedere Draghi salire al Colle per ricevere l’incarico, ipotesi rilanciata continuamente in ogni dove, nella giornata di ieri il Quirinale ha prontamente smentito ogni contatto con l’ex Presidente della Bce: «È destituita di ogni fondamento la notizia, apparsa oggi su alcuni giornali, che il presidente Mattarella abbia contattato, da quando si è aperta la crisi di governo, il presidente Mario Draghi». Infine la terza via, quella che nessuno spera venga messa in pratica: il cosiddetto governo del presidente che abbia un programma e obiettivi limitati che si esaurirebbero in una tornata elettorale in estate. La speranza è che nessuna di queste alternative debba essere messa in campo, ma tutto dipenderà dalla firma su quel contratto. Dopo almeno per alcuni mesi forse non si tornerà più indietro, ma sarebbe utile mettere la data di scadenza non prima del 2023.

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