La discesa in campo di Draghi sta per cambiare, ancora una volta, la geografia della politica italiana. Si perché l’ex presidente della Bce è un nome che esula dai ragionamenti ideologici, dagli schieramenti, dalle alleanze e soprattutto da punti di programma. Questo è in realtà cosa nota, gli obiettivi saranno quelli che da giorni sia il presidente Mattarella che Draghi rilanciano ai microfoni del Quirinale. Ma come ci si muoverà intorno all’ex governatore della Banca d’Italia? Quali saranno gli scenari che gli saranno favorevoli e quali no? Ogni partito ha i suoi motivi per sostenere o meno Draghi.

In prima linea al suo fianco ci sarà sicuramente Matteo Renzi, che tramite Iv esulta. «Non è una vittoria di un partito o dell’altro: è il fatto che l’Italia avrà un governo migliore. Quindi sì, sono contento che a gestire i 209 miliardi del Recovery Plan ci sia Mario Draghi e non qualcun altro». Non sarà una vittoria di partito, però l’ex rottamatore ha di che essere fiero: fine del governo Conte, mancata creazione di un Ter, possibile esclusione dalla politica dell’avvocato del popolo (sono lontane le elezioni), spaccatura interna ai 5s e probabile rottura dell’alleanza di centro-destra. Alla faccia del rottamatore.

Se è vero che la politica è l’arte del saper mediare, il Pd in questo momento sta seguendo alla lettera questa impostazione. I Dem infatti si trovano certamente dalla parte di Draghi, ma allo stesso tempo non vogliono perdere l’alleanza grillina in vista sia delle comunali che delle future elezioni politiche. La difficoltà di questa mediazione dipende soprattutto dal fatto che, ed ecco un altro partito, il M5s non abbia molto chiaro come impostare il proprio futuro. In primo luogo perché la ricostruzione interna non è mai finita, per molti non è mai davvero iniziata.

Poi c’è il fattore Conte, al quale in molti vogliono rimanere attaccati e al quale non si vuole voltare le spalle (voci di corridoio parlano di un tentativo di far cadere Draghi per costringere Mattarella a rievocare la terza stagione dell’alleanza giallorossa meno Iv. Fanta politica). Infine ci sono le correnti interne da Di Maio che apre uno spiraglio, «abbiamo il dovere di ascoltare Draghi e di assumere poi una posizione sulla base di quello che i parlamentari decideranno», a Di Battista che chiude, rilanciando news sull’appartenenza dell’ex Bce ai poteri forti.

C’è poi il blocco di centro-destra, forse quello più scosso da questa chiamate del presidente Mattarella. Se FI non ha dubbi, al punto che sarà lo stesso Berlusconi a presentarsi nella giornata di oggi per le consultazioni con Draghi per esprimere con molta probabilità il proprio appoggio, lo stesso non si può dire di FdI e Lega. La Meloni infatti vuole solo le elezioni, ed è passata dall’astensione al “no” secco per un eventuale voto di fiducia. Discorso diverso per Salvini che non sa da che parte andare, come tutto il suo partito. Dire no a Mario Draghi è compito arduo, vista la situazione del Paese soprattutto, ma dall’altro lato c’è la possibilità di andare alle urne e cavalcare quei numeri dei sondaggi che lo vedono davanti.

Se il Capitano aspetta le consultazioni, ponendo comunque un aut aut con il M5s, ad esporsi è Giancarlo Giorgetti che senza mezze misure spiega come «Draghi sia un fuoriclasse come Ronaldo. Uno come lui non può stare in panchina». E poi c’è la spinta che arriva direttamente dall’Europa, con David Sassoli che spinge il M5s a non esitare e sostenere in toto il futuro esecutivo Draghi. «Il legame fra Italia e Unione Europea è tornato nel binario giusto ed è fondamentale venga rafforzato con il contributo della forza politica di maggioranza relativa in Parlamento. Ci aspettano tante battaglie, per combattere il disagio sociale, per una economia sostenibile, per l’equità e l’uso del Recovery. Non possiamo permetterci di sprecare le opportunità che ci vengono offerte per operare un forte cambiamento». Nelle parole del presidente Parlamento Europeo, inoltre, potrebbe anche essere anche nascosto una strategia.

Se, come ha sottolineato anche Salvini, Draghi dovrà scegliere tra Lega e M5s, dall’altro lato non si può escludere che il nuovo premier scelga di farsi sostenere dalla scia europeista che aveva preso il nome di coalizione Ursula. Rifarsi dunque alle elezioni che portarono alla presidenza tedesca della Commissione e creare nuovi equilibri in un Parlamento che non sembra averne. Ecco allora che Pd, M5s, FI, Iv (che ancora faceva parte dei Dem), Maie, Leu e Gruppo Misto potrebbero trovarsi dalla stessa parte per sostenere la stessa causa. Al Senato sarebbero 237 voti su 321 disponibili per fare alcune previsioni. C’è poi un’altra manovra che in vista di future elezioni cambierebbe gli scenari. Il fatto che Berlusconi possa sostenere questo governo, che la Meloni abbia già dichiarato il proprio diniego e che Salvini rimanga nel mezzo ha una sola conseguenza: spaccare le forze di centro-destra date vittoriose in una possibile tornata elettorale. Certo niente è scritto e tutto è possibile, ma è pur vero che le coalizioni che si fanno e si disfano di continuo dopo un po’ diventano meno affidabili.

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