Cambiare si può. Cambiare è bello. Questo è il messaggio che emerge al termine del secondo giro di consultazioni che il professor Mario Draghi ha portato avanti in questi giorni. L’ex governatore ha infatti incontrato ieri tutti i maggiori gruppi politici che hanno ascoltato le sue proposte e espresso i propri dubbi, avanzando le proprie richieste per votare la fiducia.

Ecco allora che Draghi si ritrova con la più ampia maggioranza che potesse desiderare. L’appello di Mattarella ha sortito i giusti effetti e, fatta eccezione per FdI, tutte le forze politiche sono state disposte a fare un passo avanti verso l’ex Bce. Allo stesso tempo però hanno anche fatto un passo indietro su tutte quelle richieste che fino a poche settimane fa paralizzavano l’Italia. Ma la domanda allora sorge spontanea, perché non si poteva fare prima?

Sia chiaro non si intende in questo senso discutere della nomina di Draghi, bensì della scelta di fare squadra per il bene del Paese. Perché siamo stati costretti a osservare inermi i giochi di politici e gli intrighi di palazzo? Perché non si è potuto fare a meno di minacce e conte raffazzonate in aula? Forse una risposta non esiste davvero o forse sì, non spetta a noi giudicare. Quel che è certo è che la discesa in campo di Draghi ha reso tutto più semplice.

Per questo ogni partito ha scelto di seguire la strada dell’ex Bce nonostante i diktat con cui la crisi era iniziata. Vedi il M5s, che dovrà sì passare tramite Rousseau ma che ha fatto sapere di appoggiare in pieno la nascita del nuovo governo. Si è passati da Conte o morte a Crimi che elogia la possibilità di seguire le direttive del professore. «Adesso affronteremo le prossime ore verificando tutto l’aspetto complessivo, quindi anche il tipo di configurazione di governo che intende adottare il professor Draghi e faremo parlare i nostri iscritti. Contiamo nell’intelligenza collettiva per fare la scelta giusta negli interessi del Paese» sono state le sue parole.

Che dire poi della Lega di Salvini, che è passata dall’isolamento anti-europeista all’appoggio incondizionato dei valori UE. Il cambio è talmente radicale che, notizia di ieri, gli europarlamentari leghisti voteranno all’unanimità il Recovery dalle parti di Bruxelles, cosa quanto mai inaspettata viste le premesse e la linea politica. Sono le stesse parole del Capitano che fanno capire che qualcosa nell’aria stia cambiando: «Abbiamo parlato di Europa, il nostro obiettivo è che l’Italia torni protagonista in Europa. Ci interessa che si faccia l’interesse nazionale in Ue. No all’austerità, ed è condiviso. No a un patto lacrime e sacrifici».

L’unico che forse avrebbe potuto fare a meno delle consultazioni per un possibile governo Draghi è Silvio Berlusconi. È proprio il leader di FI che nella giornata di ieri si è recato di persona per esprimere fiducia all’ex governatore. Quale è stato il passo indietro messo in campo? Il piano del precedente governo prevedeva l’obiettivo di ridare lustro al Paese in Europa, ma non era stato sufficiente e il centro-destra aveva scelto di fare muro a un Conte Ter nonostante la pandemia. «Quello che nasce è un governo che si fonda sull’unità del Paese e delle forze politiche senza preclusioni alcune. È la risposta a una grave emergenza e durerà il tempo necessario per superarla» le parole di Berlusconi.

C’è poi il partito mediatore per eccellenza, il PD. I Dem, che sono stati guidati nelle consultazioni da Zingaretti, avevano spinto con fermezza la candidatura di un Conte Ter, senza però disdegnare sottovoce la tornata elettorale. La mancata conferma dell’ex inquilino di Palazzo Chigi avrebbe potuto distruggere l’alleanza giallorossa, ma dare anche più spazio alla componente PD in caso di elezioni. E alla fine? Tutto si è risolto con il sostegno a Draghi e al suo programma e anche in questo caso, grazie ex Presidente ora continuiamo noi. «Siamo veramente molto soddisfatti per le linee guida e abbiamo apprezzato l’approccio culturale, strategico del professore. Crediamo che i contenuti e la visione sono sicuramente garanzia di serietà, stabilità, forza e autorevolezza della sfida governativa del professor Draghi. Non possiamo che confermare fiducia» sono state le dichiarazioni di Zingaretti.

Il partito che più di ogni altro ha esultato per la nomina di Draghi è stato senza dubbio quello di Matteo Renzi. L’ex rottamatore non aveva bisogno neanche di parlare con il professore nominato dal Colle, ma nonostante tutto un passo indietro è stato fatto. Ecco infatti che dal momento in cui il Mes sanitario diventava obiettivo primario per riformare un Conte Ter adesso non lo è più. L’unica cosa che conta, come sottolinea l’ex Ministra Bellanova, è il programma Draghi a cui verrà dato pieno appoggio. «Ci sentiamo come chi sente di rispondere a un appello importante di Mattarella che tiene conto delle condizioni del Paese che ha bisogno che il meglio delle forze parlamentari e sociali siano impegnati a costruire un futuro. Il programma di Draghi ci vede assolutamente convinti nel sostegno: punta su questioni su cui battiamo da tempo. Bisogna partire dai temi e non dalle persone».

La morale? Ricordiamo dunque che cambiare si può. Cambiare è bello.

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