Di Ludovica V.

I dpcm, alternatisi alla velocità della luce, non hanno mai dato tregua ai teatri, ai cinema, ai musei — e alle loro categorie lavorative. Non solo le inopinabili ragioni economiche hanno spinto singoli, gruppi auto-organizzati, associazioni di partito e rappresentanti del settore artistico-culturale a scendere in piazza: la correlazione fra le visite ai siti di interesse e la possibilità di contagio, infatti, è assai opinabile, nella misura in cui i musei, le gallerie d’arte, i cinema, i teatri — anche se al chiuso — venivano ampiamente sanificati, i visitatori sottoposti al controllo della temperatura e gli ingressi contingentati e controllati grazie al sistema della prenotazione online, per cui il rischio di attese interminabili in file scomposte e di assembramenti all’interno, se non pressoché nulli, erano di fatto ampiamente limitati, differentemente da quanto si poteva e si può ancora dire per altri luoghi frequentati quotidianamente. Se si parla di insensatezza, è utile ed interessante porre l’attenzione sul teorico distinguo fra poli museali e musei “piccoli” operato dal Comitato, in base al quale si sarebbero dovute determinare differenti modalità di chiusura; non a caso si ricorre al condizionale — ed è qui che la peculiarità di tale distinguo viene alla luce: se è quasi ingiustificato differenziare gli istituti dal mero punto di vista della planimetria, dati gli accorgimenti sanitari che qualsiasi luogo di cultura, anche il più piccolo, era chiamato a prendere e che effettivamente prendeva, è incomprensibile la scelta di serrare in egual misura e per egual tempo tutti i siti.

Se i grandi musei e pinacoteche (pubblici e privati) riescono ad ottenere finanziamenti da parte dei privati e — non senza difficoltà — a sostenersi grazie agli introiti generati dalla vendita dei biglietti, le piccole gallerie, il cui bacino d’utenza è prevalentemente locale, fanno fatica a rientrare dei costi e delle spese in “condizioni normali”, figurarsi quale immane fatica devono compiere in quelle avverse; in tal senso il caso di Nero Gallery, in via Castruccio Castracane, nel quartiere romano del Pigneto, riaperta in occasione del vernissage del poliedrico øjeRum, artista e compositore, è paradigmatico: nel corso dei mesi le curatrici, Giulia Capogna e Daphnee Thibaud, si sono viste costrette a tirare giù la saracinesca del loro piccolo e prezioso spazio, frutto di un progetto artistico che non si limitava alla volontà di esporre quelle opere studiate ed analizzate nel corso della loro formazione, ma che, in termini più ampi, si prefiggeva lo scopo nobile di donare alla collettività, fatta di appassionati, di neofiti, di curiosi, forme artistiche e culturali pop-surrealiste, difficilmente presenti presso altri siti, e di farlo adottando la modalità “dal basso”, per cui la maggior parte delle personali e degli eventi sarebbero stati (e lo sono effettivamente) completamente gratuiti. La stessa riapertura di Nero è stata problematica, poiché la spedizione dei collage dell’artista di Copenaghen ha subito dei ritardi, causati presumibilmente dalla chiusura delle frontiere; l’impossibilità di accogliere un alto numero di visitatori all’interno dello spazio e di organizzare un evento all’aperto, di più ampio respiro, ha impedito alle proprietarie di interagire col pubblico e di entrare in contatto con i potenziali interessati e con realtà simili, cittadine e non, con le quali avrebbero potuto sostenersi vicendevolmente nella ripresa delle attività. I corsi di disegno e di arteterapia organizzati all’interno della galleria, una delle poche fonti esterne di guadagno, necessariamente interrotti, stanno riprendendo solo ora, sempre contingentati. Eppure, entrando nella galleria di via Castracane, osservando le tate persone in attesa di entrare, godendo dell’accuratezza dell’esposizione, ascoltando Daphnee spiegare appassionatamente ed accuratamente i collage surrealisti øjeRum a chi di arte ne sa poco o niente (me compresa) e guardarla accendere lo stereo per mandare in filodiffusione le sinfonie che l’artista ha appositamente creato per il vernissage, si ha la netta sensazione che, anche se di fronte a loro si dovesse parare una montagna, loro sarebbero in grado di procurarsi del tritolo e bucare la pancia della prominenza. Proprio come il leggendario lepidottero del suo logo, Nero Gallery è riuscita a rigenerarsi e a far sfoggio delle proprie bellezze anche in questa nuova fase, che potremmo immaginare come un crepuscolo e non un’alba, perché, purtroppo, non è ancora certo il sorgere del sole, mentre il timore dell’avanzare della notte è tutt’ora vivo; durante la pandemia, Nero-falena ha perduto molte delle squame che ricoprono le sue ali e le rendono robuste e aereodinamiche, ma è riuscita a farle rinascere e a rinfrancare le proprie membra argentee.

La resistenza delle gallerie private e locali, quelle che offrono cultura “alternativa”, forme artistiche escluse dai grandi circuiti, è tanto fonte di ispirazione per coloro i quali desiderano profondere ricchezza immateriale autonomamente quanto motivo di speranza e di coraggio per coloro i quali, invece, godono con gli occhi e lo spirito di quella stessa ricchezza, e la loro sopravvivenza dovrebbe essere da tutti ritenuta una vittoria di enorme valore.

2 pensieri riguardo “Una falena al crepuscolo, la Nero Gallery di Roma

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