José Saramago era solito scrivere che «la sconfitta ha qualcosa di positivo: non è definitiva. In cambio, la vittoria ha qualcosa di negativo: non è mai definitiva». Certo è che per l’ormai probabile e futuro governo guidato da Mario Draghi è arrivato il momento di annoverare la prima vittoria al proprio taccuino. Nella serata di ieri infatti è sopraggiunto il sì dell’ultimo tassello mancante al puzzle politico: quello del M5s.

Il partito di Grillo, non senza pochi problemi va detto, ha infatti aperto e concluso il voto attraverso la propria piattaforma Rousseau. Questa ha decretato con 44.177 voti (59.3%) favorevoli l’appoggio a un governo guidato dall’ex Bce. Di contro però ci sono stati sempre 30.360 voti (40.7%) militanti che non sono stati d’accordo con la scelta e hanno infatti optato per un diniego al quesito. Il punto però è un altro e forse sarà il tarlo che da qui a pochi anni potrebbe consumare il Movimento dall’interno.

Può un manipolo di 74.537 iscritti, rispetto a una base complessiva di 119.544 aventi diritto di voto sulla piattaforma, decidere le scelte di un partito che in realtà è stato votato da quasi undici milioni di italiani durante le elezioni politiche del 2018? Per carità non si poteva indire nel Paese un referendum per far votare tutte queste persone sulla giusta scelta da prendere, dando per scontato che nessuno abbia cambiato idea in questi anni, però è così sbagliato pensare che i leader politici che dovrebbero guidare questo Paese sappiano da soli quale strada sia meglio perseguire e quale no?

Non sarebbe una cosa così folle ipotizzare che la strada da perseguire in questi contesti sia quella che conduce al bene del Paese e non a quello di meri interessi di parte. Ma il Movimento sta cambiando, sta crescendo e ormai dovrà diventare grande. Per farlo dovrà definitivamente accettare di far parte di quel sistema fluido di partiti che, alternandosi, governa questo Paese. Parafrasando così il senso di alcune scelte degasperiane, per evitare partiti antisistema basterà che questi vengano tagliati fuori se non vorranno adeguarsi alle forme prestabilite delle istituzioni. Non vuol dire che questo sia un male, ma certo i 5S di pura opposizione che qualcuno aveva ammirato durante il governo Monti non torneranno più.

I primi segni di cedimento arrivano già in serata, quando in un video messaggio lanciato dal proprio profilo di Facebook Alessandro Di Battista annuncia di aver preso la decisione di abbandonare il Movimento. «Accetto la votazione — le sue parole — ma non posso digerirla. Da tempo non sono d’accordo con le decisioni del Movimento 5 Stelle e ora non posso che farmi da parte». Che tutto questo comporti degli strascichi è evidente, già alcuni espongono il proprio dissenso (vedi il senatore Crucioli e l’onorevole Cabras che hanno dichiarato di voler votare no alla fiducia), ma resta che Grillo sembra avere per il momento la situazione sotto controllo. 

Restando sul piano del governo però, poco dopo la vittoria del sì su Rousseau è stato rilanciato ancora una volta l’appoggio del PD tramite le parole di Nicola Zingaretti. «Di fronte all’indicazione del Presidente Mattarella noi senza esitazione, convinti, abbiamo accettato la sfida. Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità ad aiutare il suo sforzo, con le nostre idee e con il nostro contributo sincero e leale. Anzi, abbiamo lavorato, come ho detto, per costruire intorno a questa risorsa una base parlamentare ampia, solida convintamente europeista». Seguito anche da Graziano Delrio: «Di fronte a una situazione senza precedenti, serve un PD unito. Saremo con Draghi con le nostre idee e la nostra forza. Per il bene del Paese, per vincere la pandemia, per rilanciare occupazione e economia».

Insomma, una vittoria quasi su tutti i fronti per Draghi che ora prenderà il suo tempo per ordinare le idee e identificare gli uomini di fiducia prima di salire al Colle e sciogliere la riserva. Questo perché dal Quirinale non gli è stato imposto alcun tipo di pressione o di scadenza, visto che come a molti appare chiaro l’ex Bce sembra essere l’ultima speranza per evitare il voto. Nel mentre uno dei consigli arrivati da Mattarella pare sia stato messo in atto, ossia quello di tentare la strada professata in passato da un leader come Moro: più la maggioranza che sostiene il governo è ampia, più le incomprensioni vengono messe in secondo piano e meno è alto il rischio di una crisi se una forza politica dovesse sfilarsi.

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