“Eh già

Sembrava la fine del mondo

Ma sono ancora qua

Ci vuole abilità

Eh già”

Chissà quale è stata la colonna sonora del weekend di Paulo e Rino, probabilmente rock, di matrice irlandese quella del portoghese grande amante degli U2, emiliana di Correggio per il Ringhio nazionale fan del Liga, eppure ci scommetterei un penny, che alla fine delle due sfide che li hanno visti protagonisti nell’ultima giornata di campionato, magari due note del pezzo citato del Blasco, le avranno intonate pure loro. Eh già, perché a discapito dei gufi e di quelli che ben pensano, questi due signori, cosi diversi ma dal destino cosi simile, sono ancora qua, e per qua si intende alla guida delle rispettive panchine.

Gennaro Ivan Gattuso nato a Corigliano Calabro il 9 Gennaio 1978, sabato mattina sembrava un ex tesserato del Napoli, dopo la brutta figura in Coppa Italia, eliminato dall’Atalanta di Gasperini e le pesanti dichiarazioni contro il patron azzurro Aurelio De Laurentiis il destino dell’ex mediano del Milan e della nazionale era scritto, probabilmente con il fuoco. Non vorrei fare congetture e ipotesi strampalate, ma l’impressione era quella che si aspettava solo la sconfitta con la rediviva Juventus di Pirlo, che aveva ripreso a correre e vincere in campionato. 

Come spesso succede nel mondo del calcio però il destino si diverte a beffare tutto e tutti, ed ecco quindi che per un momento si materializza nella mano di Chiellini che si stampa in faccia al kosovaro Rrahmani. Penalty che Insigne trasforma alla mezzora e partita che si incammina per i binari della circumvesuviana. Al netto degli alterchi, e dei discorsi intavolati dalla società con altri allenatori, la panchina di Gattuso, sembra salva… per il momento.

La storia di Paulo Alexandre Rodrigues Fonseca è strana, molto strana. Per analizzare al meglio questa situazione dovremmo addentrarci negli oscuri meandri della comunicazione sportiva che orbita intorno al mondo romanista, ma non credo sia il momento giusto per farlo.

Facciamo un gioco però, prendete il miglior giocatore di ognuna delle 20 squadre del nostro campionato e fatelo uscire di scena per circa un anno e mezzo. Poi prendete il capitano di ognuna delle 20 suddette squadre e così senza motivo fatelo litigare in maniera pesante con il mister. Prendete un importante dirigente e fatelo remare contro l’allenatore, poi cosi in modo casuale inserite a piacere, infortuni ai migliori, Covid a migliori e meno, buttiamoci dentro pure qualche interpretazione arbitrale stralunata e un punto che probabilmente in Lega Calcio hanno deciso di mettere in bacheca e iniziate a mescolare il tutto. Se il risultato di questo marasma è un terzo posto a 6 punti dalla seconda in classifica e a 7 dalla prima, allora vuol dire che chi ha gestito questa situazione caotica ha fatto un bel lavoro no?

Non a Roma amiche e amici, a Roma con una squadra che a detta di tutti è stata costruita per arrivare settima, un allenatore che sta facendo miracoli, al netto delle quattro sconfitte, è costantemente messo in discussione da quello che viene chiamato “l’ambiente romano”. Una pletora di professionisti poco professionali che non si sa per quale motivo (si sa, si sa) si diverte a sfondare la Roma, rea di aver cambiato il modo di fare comunicazione, in modo continuativo e parecchio sgradevole.

Per analizzare il lavoro di Fonseca a Roma basta leggere i numeri, che anche tralasciando i parecchi impedimenti sopracitati sono ben più che positivi. L’allenatore portoghese ha vinto 13 partite, pareggiate 5 e perse 4. Numeri da Champions League, e infatti per il momento la squadra giallorossa è terza in classifica, in piena corsa Champions. Sia chiaro, per la società (Friedkin) e la dirigenza (Pinto) della Roma, il tecnico di Nampula, non è mai stato in discussione… come è giusto che sia con questi numeri a supportare l’ottimo operato che ieri è stato consolidato con un 3–0 senza storie all’Udinese di Luca Gotti.

E allora ben vengano i Dan e Ryan Friedkin, i Thiago Pinto e tutti quei professionisti che credono nel duro lavoro e nella meritocrazia, in barba a logiche arcaiche e tutte italiane di tirare l’acqua al proprio mulino anche se questo dovesse andare contro gli interessi del club per il quale e con il quale si lavora e per il quale si dice di tifare.

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