In una scena de “L’Ora del Lupo”, capolavoro firmato dall’esistenzialista Ingmar Berman, la co-protagonista, astante dei deliri del compagno, condivide con questi una riflessione sulla profondità del rapporto d’amore che perdura nel tempo: «È vero che due persone, che hanno vissuto tutta una vita insieme, finiscono per assomigliarsi, che fanno talmente tante esperienze in comune che non solo i pensieri, ma anche i volti, a lungo andare, finiscono per avere la medesima espressione… Sarei felice se, invecchiando, noi due avessimo una i pensieri dell’altro, arrivare entrambi curvi nel corpo con il nostro volto uguale, secco e rugoso.» La poetica di Bergman è interamente declinata sui piani filosofico e teologico e, mantenendo la suddetta concezione artistica, si vede spesso affrontare temi quali l’ineluttabilità del tempo, i terrori dell’animo umano, la morte e l’amore; a mio dire non è un caso che in una delle sequenze del nuovo film di Avati, “Lei mi parla ancora”, sia stata inserita la scena conclusiva de “Il Settimo Sigillo”: come un riferimento metanarrativo, la porzione di testo filmico del regista scandinavo si rende aggancio per la comprensione totale del messaggio intrinseco alla pellicola di Avati, che chiede agli spettatori di soffermarsi sul sentimento della solitudine come causa di un decesso non apparente.

L’ultima fatica del regista nostrano, infatti, racconta della perdita dell’amore sul finire della propria vita, di un marito ultra-ottantenne costretto ad affrontare la morte della donna amata per più della metà della sua vita e che non si capacita di essere sopravvissuto ad un’assenza tanto incolmabile; è qui che interviene il sentimento di cui sopra: l’Adamo di Pozzetto, privato improvvisamente della sua Costola (Stefania Sandrelli), che è, di fatto, il solo osso del suo intero scheletro, l’unico che gli consentiva di compiere movimenti ed azioni, prova una solitudine angosciosa ed inconsolabile, tale da determinarne il decesso spirituale, prima che fisico. Tale forma di decesso è lenta e dolce, perché si presenta al protagonista come una pluralità di allucinazioni oniriche, di sogni che riportano l’uomo alla sua infanzia amorosa, al momento esatto, cioè, in cui ha amato.

Mentre guardavo “Lei mi parla ancora”, mi chiedevo se avrò mai la bellezza e il conforto di un amore così viscerale. La società ed i rapporti che su di essa si strutturano sono cambiati radicalmente dagli anni Cinquanta – periodo d’ambientazione del prodotto di Avati: oggi il confezionamento attraente dei corpi e dei sentimenti, i numerosissimi impulsi sessuali a cui si è sottoposti quotidianamente nella dimensione digitale, a cui si associa la sensazione di poter ottenere ogni giorno qualcosa di nuovo, che distragga dal tedio, e il desiderio di cambiamento in opposizione al desiderio di costruire, di creare una relazione che sia resistente al tempo, immortale – come promesso dal personaggio di Sandrelli a quello di Pozzetto – mi impediscono anche solo di immaginare una vita terrena e ultraterrena con l’uomo che, adesso, siede al mio fianco; sono più propensa a pensare alla suddivisione dell’amore in cicli, in fasi, che non seguono l’andamento della mia maturità, bensì si strutturano in modo causale: oggi sono innamorata, ma non è per sempre, e, se dovessi affrontare la fine della mia relazione, la mia esistenza non ne risentirebbe, perché la mia interezza come individuo non l’ho mai immaginata in funzione del partner, la mia completezza – semmai la riuscissi a raggiungere – non è e non sarà nella presenza di chi oggi nutre amore per me; chissà quante altre relazioni avrò in futuro e chissà come sarà l’uomo che amerò alla soglia dei sessant’anni e quello a cui vorrò bene superati gli ottanta… Ebbene la convinzione che si possa amare ed essere contraccambiati infinite volte nel corso degli anni non mi rincuora; anzi, se è possibile, mi rattrista e spaventa.

Può un affetto di una fase parlarmi dalle soglie dell’eternità?

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