Si riduce tutto sempre a una questione di fiducia. Mario Draghi si presenterà questa mattina, alle 10 circa, in Senato per ottenere una della più ampie maggioranze mai registrate per un governo della Repubblica italiana. Nella storia, a memoria, mai nessun premier aveva potuto contare su così tanto sostegno e così tanti gruppi parlamentari dalla stessa parte. Neanche la Democrazia Cristiana, che per mantenere salda la direzione del Paese aveva inventato una cosa chiamata pentapartito, aveva mai assistito a tutto questo assembramento al centro. Eppure, a quanto sembra, non si tratta solo di posizioni di facciata o di interesse, qualcosa sta veramente cambiando nella politica italiana.

In primo luogo può essere valido il principio per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Ecco però che d’un tratto un nemico ha annullato l’altro e tutti sembrano essere, ognuno con le proprie fronde interne ovviamente, amico dell’altro. Vedi Salvini che nella serata di ieri ha incontrato a Montecitorio Zingaretti, leader dem, per discutere insieme e trovare una soluzione costruttiva in merito alla questione del lavoro e del blocco dei licenziamenti, visto che sul tavolo continuano a essere presenti due distinte proposte che diranno molto di questo esecutivo. Da un lato la proroga del blocco a tutti i settori lavorativi, mentre dall’altro lato Confindustria vorrebbe optare per un blocco basato solo per alcune categorie ed altre no.

Ma non c’è solo questo. Già perché in questo esecutivo a guida Draghi il vessillo più alto del cambiamento in questo momento è sempre incarnato dal leader della Lega. Dopo aver criticato alcune scelte della squadra di governo dell’ex Bce nel giorno dello scioglimento della riserva, «Speranza e Lamorgese devono cambiare marcia» erano state le parole riferite al fatto di confermare Ministri del Conte II, adesso in poco tempo sembra aver abbracciato in pieno il funzionamento di una dinamica di governo coesa e unita. «Speranza ha vissuto un anno sotto pressione, non lo invidio, cercheremo di sostenerlo al massimo. La scelta di chiudere gli impianti da sci arrivata la sera per la mattina, era parte del modello Conte-Casalino, penso che con Draghi cambieranno molte cose».

Che dire tutta un’altra musica. Certo, nella mischia vengono tirati ancora Conte e Casalino, ormai fuori dai giochi, ma resta che il gesto di dimostrarsi comprensivo c’è stato. I problemi, se mai ce ne dovessero essere, però per Draghi arriveranno da un pezzo preciso della sua maggioranza: il M5s. Il Movimento infatti sta continuando a vivere un momento di crisi fortissimo che ha portato la creazione di due correnti che rischiano di esplodere da un momento all’altro. Se da un lato c’è chi sosterrà il governo, come deciso poi tramite la piattaforma Rousseau, dall’altro la fronda separatista continua a lanciare segnali di rottura. Basta sentire in questo senso le parole della senatrice Bianca Laura Granato che chiede ai ministri grillini di ritirarsi finché sono in tempo, visto che «altrimenti il passaggio in aula si tradurrà in una mortificazione per loro, per i parlamentari e per i militanti».

Non un momento idilliaco insomma. C’è poi anche l’opposizione, che non può mancare in nessun governo e non fa eccezione infatti neanche l’esecutivo del Presidente. In questo caso l’unica ad aver apertamente scelto di rischiare è stata Giorgia Meloni. La scelta di non sostenere Draghi è una moneta lanciata per aria e che ancora non ha espresso il proprio risultato. Da un lato la possibilità di prendere consensi da tutte quelle porzioni di popolazione scontente perché un banchiere è stato chiamato a gestire il Paese; dall’altro il rischio di perdere tutti i consensi accumulati se il governo dovesse far bene. Certo la politica è come una roulette russa, però alla fine produce sempre dei vinti e dei vincitori. Intanto Fratelli d’Italia tiene il punto e, ecco la vera scommessa, sceglie all’unanimità di votare “no” alla fiducia di oggi e domani invece che astenersi. Il tempo solo darà una risposta, ma intanto la Meloni attira a sé tutti quegli scontenti dei vari partiti che potrebbero far la differenza in futuro. L’Italia, d’altronde, è sempre in campagna elettorale.

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