Un discorso equilibrato, ispiratore e che tendeva a trasmettere verità senza mezzi termini. Mario Draghi ottiene la fiducia dal Senato e si appresta, nella giornata di oggi, a ripetere l’operazione all’interno della Camera. Non che al nuovo premier servisse un discorso per ottenere il favore positivo del Parlamento, però un senso di rottura con il precedente esecutivo era necessario. Fosse anche solo per allontanare tutte quelle voci di corridoio insoddisfatte per la gestione degli impianti sciistici o della riconferma di questo o quel Ministro. Draghi lo sapeva e non ha infatti scelto di tirarsi indietro. L’ex Bce, secondo quanto è possibile apprendere visto il suo riservato modo di comunicare, avrebbe preso carta e penna per creare un messaggio che facesse breccia negli animi di tutte le parti in gioco, non solo quelle politiche.

Ecco allora che già solo nella parte iniziale della sua orazione si può individuare una cesura ben precisa con il precedente premier. Se infatti a Conte era spesso contestato il fatto che non riuscisse a parlare in maniera chiara dell’emergenza, dimenticando continuamente di menzionare i morti a causa della pandemia e tessendo solo le lodi di un Paese che era riuscito a fare bene durante la prima ondata, Draghi avverte subito che «il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme». Non dimenticando però di citare chi purtroppo ci ha lasciato, e non a caso «è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno».

Ciò che tutti aspettavano però riguardava il passaggio in merito alla colorata e nuova maggioranza di governo, che vedeva per la prima volta insieme soggetti politici che spesso, e volentieri, si erano trovati in forte contrasto tra loro. In molti hanno in più occasioni parlato di fallimento della politica, se non altro per una questione di impossibilità di ritrovare un equilibrio che si era perso con la caduta del Conte II. Ecco però che Draghi ricorre astutamente a un espediente per rimarcare le differenze e permettere di superarle per un bene superiore. «Questo governo non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato». E ancora «Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità».

Va detto però che non ci sono solo passaggi politici. Il Paese è stanco e vuole risposte per il proprio futuro, per la ripartenza. E questo il Presidente lo sa e non tarda a ricordarlo all’intera aula. Per farlo però non usa mezzi termini, o espedienti linguistici, e traccia un bilancio di quella che è stata sia la gestione che il risultato della crisi. L’Italia si guarda in faccia e scopre il numero dei propri morti, il numero di soggetti in terapia intensiva, il crollo dell’aspettativa di vita, l’aumento del tasso di povertà, l’incremento della disuguaglianza sociale, il problema delle scuole. Nessuna retorica. Solo dati certi e tanta sincerità che può quasi spaventare. Ma la formula per uscire da questa palude esiste, ed è rappresentata dalle grandi opportunità che il governo dovrà realizzare e mettere in campo: piano di vaccinazione efficace, ripresa delle lezioni, transizione digitale, ecologica, globalizzazione, riforma della sanità, crescita economica.

Ma per realizzare tutto questo il Paese non sarà da solo, visto che «nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine». Quell’Europa tanto bistrattata che ora diventa perno essenziale su cui fondare la ripartenza. «Ogni azione ha una conseguenza», e non a caso l’obiettivo del Next Generation Eu è quello di permettere la ripartenza di più realtà contemporaneamente, grazie alla sua «capacità di impattare più settori in maniera coordinata».

Tutto questo non sarà possibile se alla base del lavoro del nuovo esecutivo non sarà presente unità. Non solo quella di intenti, ma anche quella fisica, spirituale. Quella che permette a una formazione come quella della Lega di abbracciare il progetto europeo o di sedersi allo stesso tavolo con un leader dem e discutere di mondo del lavoro e blocco dei licenziamenti. Servirà crederci davvero, ricordando che tutto questo alla fine si potrebbe anche solo ridurre a «un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia».

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