Niente sarà più come prima. L’arrivo a Palazzo Chigi del nuovo governo Draghi ha definitivamente cambiato tutte le carte in tavola dei vari partiti, che hanno dovuto in un modo o nell’altro mettere a tacere le loro correnti e i propri dissidi interni per stringersi intorno all’ex Bce. Per fare gruppo non in nome di personalismi, ma per una richiesta di aiuto che arrivava direttamente dall’Italia. Ma non tutti sono stati così bravi da trovare un punto d’incontro interno e proseguire verso l’appoggio al governo. C’è anche chi in questo appello lanciato anche dal Capo dello Stato altro non ha fatto che dividersi, finendo per litigare una coperta che inizia a stare troppo stretta in qualunque angolazione la si guardi.

Il M5s sembra essere arrivato al bivio esistenziale che in politica spesso e volentieri chiede il conto agli schieramenti. Entrati sulla scena come pochi erano riusciti a fare prima d’ora, i grillini hanno subito imposto dei paletti ai loro progetti. Erano l’alternativa. Ma adesso, che di tempo ne è passato e hanno compreso a pieno il funzionamento del gioco politico, quell’alternativa non è più elemento fondante. È cambiato tutto e, a quanto pare, tutto continuerà a cambiare. Basti pensare al famoso congresso che doveva cambiare i leader, i vertici del Movimento. Iniziato e mai terminato, se non con una conferma di quelle correnti che avevano da sempre seguito i propri modi di intendere la politica. Quelli che hanno apprezzato l’aria dei Ministeri e del governo, e sanno cosa fare per dover rimanere lì anche se vorrebbe dire rinunciare ai propri ideali. Poi ci sono coloro che non hanno alcuna intenzione di rinunciare a quello in cui credevano. In quello che li aveva portati a nascere prima come movimento e poi come partito.

Ecco allora che lo scontro tra movimenti interni arriva, ed esplode, in Parlamento in questi giorni. Da un lato coloro che vedono in Draghi una figura maligna, un banchiere tanto caro a quella casta che da sempre i 5s hanno combattuto. Senza parlare poi del fatto che per fare spazio all’ex Bce è stato costretto ad andarci di mezzo Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo. Dall’altro lato però c’è chi comprende l’appello del Presidente Mattarella e che è conscio della crisi che il Paese sta attraversando. Per questo questi ultimi hanno scelto di sostenere dal primo momento il nuovo esecutivo.

Eppure uno dei paletti fondanti del Movimento non è stato accantonato. Per scegliere di seguire questa via si è passati, come da prassi, attraverso il portale di Rousseau. Qui a vincere è stato l’appoggio a Draghi, non senza poche polemiche. Solo che queste alla fine sono state talmente tante che il voto non è servito a nulla. Nella giornata di mercoledì infatti sono stati 15 i senatori che hanno scelto di optare per un diniego al nuovo governo (senza contare otto assenti che potrebbero portare il numero di dissidenti a 23 su 92). Alla Camera non si è andati tanto lontani, con 16 deputati che hanno votato per il no, 4 si sono astenuti e gli assenti erano 14 (un complessivo di 24 parlamentari). Il dissenso sembra essere esteso, fin troppo, e la rottura non potrebbe che ampliarsi nei prossimi. Per calmare le acque Crimi intanto promette l’espulsione dei senatori che hanno votato in maniera contraria alla linea politica prestabilita.

Insomma, c’era una volta il Movimento che ora non c’è più. Che ha fatto del trasformismo una sua arma micidiale, vedi il governo prima con la Lega e poi con quelli del PD. Ma la domanda è: esiste una trasformazione che permetta alla compagine di Grillo di non sparire nel nulla. Da astro nascente si è passati a una meteora. Ci sarà spazio per un’altra stella? Ieri sera il mondo ha assistito all’atterraggio su Marte. Magari basterà solo trovare il giusto modo di reinventarsi.

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