Partire vuol dire lasciare un luogo, degli affetti, delle persone che hanno costituito il bagaglio che ci appartiene e che definisce ciò che siamo. Allontanarsi è un modo per osservare da una prospettiva differente ciò che si è abituati ad analizzare da uno specifico punto di vista. Vivere in una dimensione che non è soggetta a cambiamento ha come risultato l’affievolirsi progressivo della propria reattività.

Alessandro Scarabello si allontana da quello che conosce meglio quando arriva il momento di portare ad uno stadio successivo la sua carriera di pittore e decide di frequentare un master in arti visive in Belgio alla Royal Academy of Fine Arts (Kask) di Gand. L’esigenza di confrontare il proprio bagaglio e mettersi alla prova per testare nuove dimensioni creative nasce dopo anni di attività, in cui però il suo stile deve ancora concludere la propria maturazione. Il dilemma che affligge l’animo dell’artista riguarda il medium di cui si è sempre avvalso: la pittura. L’esperienza belga da vita a nuove sicurezze e rinnova lo spirito di Scarabello, orientato verso la ricerca e l’evoluzione che però mantiene una coerenza e non denatura il proprio linguaggio pur presentandosi aperta ad accogliere  nuovi stimoli.

Scarabello oggi lavora a Bruxelles. Divide la sua vita di artista tra il Belgio e il suo paese natale, l’Italia. Le sue opere hanno riferimenti variegati: tutta la grande arte italiana si è riposta nel suo immaginario. L’emergere di un repertorio artistico così vasto e cosi antico risale al momento in cui l’artista si trasferisce all’estero. La lontananza fa percepire il ruolo della tradizione e progressivamente si manifesta lo sviluppo di immagini che sono state assorbite in maniera naturale durante tutto il corso della sua vita. Di fronte alla scelta di comprendere e rielaborare oppure distanziarsi radicalmente, Scarabello sceglie di accogliere questo passato.

Durante la sua formazione nell’accademia di belle arti, ma anche in un passato precedente, l’artista studia attentamente la pittura italiana dell’800. Tra i modelli che Scarabello prende in particolare considerazione per consolidare la propria tecnica pittorica ci sono grandi maestri come Francesco Paolo Michetti e Giuseppe Pellizza Da Volpedo, ma riecheggia chiaramente nel suo pennello l’eco delle avanguardie del primo novecento e le esasperate pitture di Francis Bacon. 

Il suo tono pittorico potrebbe indurre lo spettatore ad associare lo stile dell’artista ad una cifra internazionale, ma in realtà il vero obbiettivo di Scarabello è quello di presentare delle opere che non si pongano tale quesito nel momento della loro lavorazione e successiva fruizione.L’istinto in questo caso gioca un ruolo fondamentale, si rivela attraverso un linguaggio che progressivamente si presenta più sintetico. Il lavoro del togliere è funzionale ad una manifestazione artistica orientata verso la semplificazione. 

Anche nell’utilizzo del colore ha presentato delle mutazioni. In una prima fase Scarabello utilizza la tinta per definire in maniera naturale i soggetti: nella mostra “the Garden of Phersu”, l’artista racconta una contestazione, una denuncia delle modalità di interazione che stanno sempre più spogliando la sensibilità umana. Gli spaventapasseri presenti in quell’esposizione presentano l’impossibilita e il fallimento della comunicazione umana che cerca di sostituire il linguaggio fisico e orale a quello social ma senza successo. Il colore in tale frangente si presenta acido e prende spunto dalla teatralità romana, in particolare dalle tonalità delle scenografie che venivano affiancate alle performance delle maschere.  

In tempi più recenti la tavolozza muta nuovamente e la volontà di far progredire la propria esperienza pittorica porta l’artista ad un risultato esemplare come “Opera Rubra”. L’aspetto scenografico ha per l’artista una forte valenza. La costruzione di spazi autonomi è ricorrente e si definisce sia nella componente figurativa che quella più orientata verso l’astrazione. Anche in quest’ultimo caso però la definizione dello spazio parte dal un’osservazione reale in cui ancora una volta si riaffacciano i ricordi di un’eredità antica che si cela sotto pelle e affiora quando l’artista si erge di fronte alla tela

La rielaborazione della realtà accompagna la carriera di Scarabello fini dal primo giorno. Le fotografie sono la radice da cui poter far germogliare un’idea, ma il processo creativo avviene nel contatto con la tela, una relazione fluida, stimolata da impulsi eterogenei, musicali, sonori, ideali.Il processo creativo è un esigenza urgente, che perde di potenza nella realizzazione dell’immagine qualora questa faccia parte di un progetto preventivo. La forza della realizzazione istantanea rende possibile uno sviluppo materico che prende forma dopo una rielaborazione non materiale ma viva già nella mente dell’artista.

Scarabello è un artista che considera la chiave della vitalità della propria pittura la sensazione dello stupore. L’attualità dello stupore non si pone il problema di inserirsi nello spazio tempo. Le strade per raggiungere tale sensazione sono varie e attraversano il cosmo della figurazione come quello dell’astrazione. È proprio lo stupore quel filo rosso che Alessandro Scarabello tiene stretto tra le dita per non perdere la sua storica e congruente armonia.

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