Una boccata d’aria fresca. Il Paese, dopo esser uscito dalla crisi politica degli ultimi mesi, riesce finalmente a respirare. Il merito di tutto questo è di Mario Draghi, che è stato capace di creare una perfetta amalgama di partiti appartenenti a ogni schieramento. Non c’è più destra, sinistra, estremismo o divisioni che tengano. O quantomeno se tutto questo è ancora presente le parti al fianco del governo fanno molta attenzione a tenere tutto nascosto. Una politica a cui non si è abituati a guardare, quasi troppo silenziosa per i gusti di un’Italia avvezza al botta e risposta, al parlarsi dietro e anche alle urla in aula verso questo o quello schieramento.

E poi ecco che un briciolo di normalità torna a librarsi nell’aria. Al centro delle polemiche però non c’è, stranamente, Palazzo Chigi ma il Comune di Roma. In realtà nonostante si tratti delle future candidature a sindaco della Capitale, un minimo di politica nazionale torna a fare capolino con la testa e a dividersi ovviamente. Ci si può imbattere infatti nel M5s che affronta da tempo una fronda interna, che sembra però essere stata quasi del tutto estirpata. In questo senso le espulsioni di tutti i dissidenti del governo Draghi sono un ottimo modo per rinnegare i problemi. Eliminarli alla radice rende il discorso ovvio.

Ma non si divaghi, visto che tutto questo rischia di non bastare. Se queste sono le premesse e si vuole evitare di creare ulteriori crepe all’interno del sistema, qualche concessione va pur fatta. Grillo lo sa e per questo sceglie di rilanciare i vecchi cavalli vincenti, quelli che sul Movimento hanno ancora ascendenza. “Aridaje” e prende due piccioni con una fava: da un lato Virginia Raggi torna ufficialmente in corsa per la seconda candidatura come sindaco di Roma, dall’altro il “Fondatore” prova ad allentare la pressione che lo costringe alla difesa nel suo angolo. La seconda fava però sembra esser rimasta indigesta e invece che allentare le polemiche ne crea di nuove.

Questo perché sul fronte degli ex pentastellati è presente anche il nome di un grande trascinatore come Di Battista. Il volto noto del 5s nella giornata di ieri ha infatti tagliato definitivamente i ponti con il partito, eliminando il proprio nome dalla piattaforma Rousseau, sulla quale non compare più tra gli iscritti. Ma nonostante questo l’influenza su alcune correnti del Movimento è ancora alta, e non a caso sono proprio gli espulsi (la corrente più attiva in questo momento poi) a chiedere la nascita di una componente nel Misto alla Camera. Non è chiaro se Di Battista possa, o voglia, farne parte, ma quel che è certo è che stando a voci di corridoio il nome potrebbe attirarlo: “L’alternativa c’è”.

C’è poi anche il fronte esterno, quello di altre politiche e che risponde al nome di Partito Democratico. O forse sarebbe meglio dire che in realtà risponde al nome di Goffredo Bettini, che poi è anche il Dem fatto persona. Questo infatti, nonostante la linea comune raggiunta in Parlamento sia quella di un’amicizia Pd-M5s, avvisa senza mezzi termini Grillo, affermando che i Dem non sosterranno mai una seconda candidatura della Raggi. Non c’è solo opposizione però dalle parti di Via Sant’Andrea delle Fratte, ma anche un’alternativa. Questa si concretizzerebbe nel nome di Roberto Gualtieri, ex Ministro dell’Economia e delle Finanze, che però non è chiaro se sia davvero interessato a una possibile candidatura. Nonostante questo qualche giorno fa l’ex Mef è diventato virale con un poster in cui, oltre a candidarsi come sindaco, viene sostenuto sia dal Pd che dal M5s.

La situazione non è per niente chiara. Si torna così a quella famosa questione romana. In passato serviva per spiegare la controversia risorgimentale che vedeva il ruolo di Roma dividersi tra la dimora del potere temporale del Papa e, al tempo stesso, la sede della capitale del Regno. Oggi la Città eterna si divide tra partiti, candidati e formazioni che sembrano andare d’amore e d’accordo ma che in realtà sono sempre in lotta. Sempre in campagna elettorale. Saranno i troppi interlocutori a voler dare la propria opinione o saranno le questioni interne che non sembrano voler venire al pettine. Ciò che resta è che, per il momento, Calenda se la ride. Da solo.

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