✒️ – Che l’arrivo di Draghi sulla scena politica potesse avere la forza di cambiare ciò che non andava più era cosa nota, ma che questo ingresso potesse riuscire a modificare anche quei pilastri su cui tale mondo si fondava era cosa impensabile. Sì perché è cosa nota tra gli addetti ai lavori che l’ecosistema politico si basi su alcune piccole costanti, una su tutte la debolezza del potere esecutivo a discapito della stabilità e della potenza dei partiti. Non si sta dicendo un’eresia, non prendeteci per pazzi, ma in Italia si è sempre fatto in modo che il sistema pluralista potesse primeggiare sul singolo Presidente del Consiglio. Qualcuno la chiama debolezza, altri instabilità necessaria. Punti di vista.

La cosa evidente è che nessun esecutivo sia mai riuscito a governare come avrebbe voluto, eccezion fatta per alcuni illustri nomi che risalgono però ai tempi della primissima Repubblica, ma abbia sempre tirato a campare. Faceva parte del gioco non avere una data di scadenza precisa. Con tutti i problemi che questo comporta sulla lungimiranza del programma politico sia chiaro. Ecco, ora però questo sistema e questa convinzione, con cui anche lo stesso Conte ha dovuto fare i conti per ben due volte, adesso sembra esser stata spazzata via. O forse sarebbe meglio dire che in realtà sia stata solo ribaltata.

La partita sui sottosegretari ha definitivamente fatto esplodere questo cambiamento. Le contraddizioni interne alle forze partitiche sono divenute realtà proprio durante l’ultima settimana, quando le correnti e le visioni differenti hanno avuto la meglio sulla necessità di rimanere uniti. Intanto però Draghi prosegue con il proprio lavoro ribaltando la debolezza. A decidere cosa e quando fare qualcosa è solo il premier, gli altri devono agire e, soprattutto, non commentare, cosa alla quale il premier sembra essere intransigente. L’unica comunicazione che si muove a Palazzo Chigi è unidirezionale: Draghi parla e i Ministri recepiscono. Fine.

Il Presidente in questo modo lavora con la propria tranquillità, intaccata ovviamente dall’emergenza sanitaria ed economica in cui il Paese versa. I partiti vivono così quella debolezza che era stata da sempre propria solo del ruolo dell’uomo al comando. Certo, quando De Gasperi alla Conferenza di Parigi spiegò le motivazioni che avrebbero dovuto garantire all’Italia la propria Costituzione, senza limitazioni o ingerenze esterne, esponeva anche molto attentamente le modalità attraverso cui evitare un possibile ritorno alla dittatura. Per far questo bastava evitare che il potere si concentrasse nelle mani di un uomo solo, facendo in modo che i partiti rappresentassero il vero soggetto politico con cui discutere. Tanti partiti, tante visioni e tanta instabilità del potere esecutivo.

Tanto era bastato per permettere al Paese di poter svolgere liberamente la propria assemblea costituzionale. Molte volte in passato si è provato a risolvere questa problematica con differenti contraccettivi che non hanno mai davvero attecchito, per volontà stessa del sistema. Lo scenario ora però è cambiato. Non c’è più la volontà politica di cambiarlo, ma l’impossibilità partitica di portare avanti questo pilastro. Così un pizzico di instabilità travolge tutti i partiti che continuano a litigare e a dover fare i conti con un premier che tutto sembra men che non sicuro dei propri mezzi e della propria stabilità. Anche perché rischiare con Draghi al gioco della debolezza in un momento così delicato per l’Italia, quando nessuna forza politica è riuscita a trovare un’alternativa valida, sarebbe qualcosa di prodigioso. E sia chiaro, solo in senso negativo.

L’ESPRESSIONE

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