La differenza c’è e si sente. O forse sarebbe il caso precisare che si vede. Sì perché nel più assoluto silenzio e nella più totale imperturbabilità prosegue il lavoro di Mario Draghi per sistemare i problemi del Paese. La crisi – che poi è un modo per abbreviare i tre grandi problemi sociali-economici-politici italiani – è al centro dei discorsi e dei pensieri del premier, che sta facendo il possibile per traghettare tutti in salvo. Eppure, nonostante questa sua dedizione e la scelta di comunicare il meno possibile, e farlo solo quando ci sarà qualcosa da dire, in molti non hanno risparmiato critiche al nuovo inquilino di Palazzo Chigi, chiosando in maniera presuntuosa di come quest’ultimo altri non sia che una mera reincarnazione di Conte.

Ma, ci chiediamo noi, come si fa a parlare di un copia e incolla dell’avvocato del popolo quando l’unica costante di questo governo sono praticamente i partiti che lo sostengono? E ci mancherebbe ci verrebbe da aggiungere, visto che la nostra democrazia si fonda proprio sul concetto di fiducia dipendente dalle forze partitiche. Ma non c’è solo questo ovviamente, così arriva il riordino delle priorità di governo. Non restare in piedi tirando a campare e valutando giorno per giorno il da farsi, ma istituire un piano di lungo periodo e ipotizzare le migliori soluzione per poter fronteggiare tempestivamente ogni problematica. Non sembra insomma lo stesso modus operandi, ma non finisce qui.

Questo perché ci sono poi anche i cambiamenti pratici e che fanno intendere nettamente la necessità di fare un cambio di passo. Basterebbe parlare del nuovo Ministero della Transizione ecologica, delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili o di quello per la Transizione digitale che punta sull’innovazione. Può bastare? Forse, ma non finisce qui. Draghi non si è limitato a ricevere la fiducia dalle parti politiche ringraziando tutti con un Ministero. No. Ha dato spazio a tutte le parti politiche, partiti di minoranza compresi, ma tenendo per sé quelle posizione nettamente più tecniche e cruciali per il futuro del Paese. Non è un segreto che Colao-Cingolani-Franco sia il tridente scelto appositamente per la riscrittura del Recovery Plan e la sua successiva messa in atto.

C’è poi un fattore comunicativo. Se con Conte i cittadini avevano ormai fatto il callo con dirette Facebook e apparizioni notturne, con Draghi la musica cambia radicalmente. Il premier non comunica, e se lo fa è solo per dare comunicazioni importanti, ufficiali e per le quali è richiesta la sua presenza e competenza. Si veda in questo senso la scelta di far illustrare il nuovo Dpcm nella giornata di ieri ai Ministri Speranza e Gelmini. I compiti ricoperti da questi sono quelli della salute e degli affari regionali e chi, se non loro, è necessario per parlare di questi argomenti che toccano non a casa la salute e la divisione delle varie Regioni? Nessun protagonismo, ma giusto spazio lasciato a chi lo deve occupare per ruolo.

Infine, se quanto detto fin qui non bastasse, si potrebbe parlare della cessione della delega dei servizi segreti, del cambio al vertice effettuato al Dipartimento della Protezione Civile con l’ingresso di Fabrizio Curcio o, e qui si nota tutta la differenza con il precedente esecutivo, della sostituzione di Domenico Arcuri. Questo, punto fermo del governo Conte, ringrazia e lascia il posto di Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 a Francesco Paolo Figliuolo, comandante logistico dell’esercito. Insomma, il migliore profilo che si potesse avere in una situazione di emergenza in cui si è abituati a lavorare sotto pressione.

È bastata questa mossa per riuscire a mettere d’accordo non solo le forze di maggioranza, vedi Salvini che parla di «missione compiuta» o Tajani che sottolinea come «Draghi ci ha ascoltato, bene Figliuolo», ma anche quelle di opposizione con la Meloni, «Bene rimozione Arcuri, Fdi la chiese per prima». Cose dell’altro mondo se paragonate alla precedente gestione Conte, che se fosse stato in grado di garantire questo cambio di passo e questa coesione tra le forze partitiche sarebbe ancora insediato a Palazzo Chigi. Il vento è cambiato, ma qualcuno prova ancora a chiamarlo Conte Ter…

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