Il 3 Marzo 1956 l’allora ventunenne Elvis Aaron Presley, che di lì a poco si sarebbe fatto conoscere dal pubblico nazionale e d’oltreoceano come “The King”, fece la sua prima apparizione televisiva nella neonata versione catodica dello show radiofonico Louisiana Hayride; il successo riscosso dallo spasmodico movimento pelvico, che seguiva il frenetico ritmo rockabilly, causò l’immediata disaffezione degli spettatori nei confronti del genere musicale baluardo del Louisiana Hayride, il western country, con il conseguenziale cambiamento di rotta dello show, il quale, da quel momento in poi, si specializzò ob torto collo in rock ‘n roll e rockabilly. È stupefacente come, in soli trenta minuti, Presley sia stato in grado di stravolgere la linea di un conosciutissimo programma musicale e, in termini più ampi, l’animo dei giovani americani.

Elvis viene riconosciuto all’unanimità come il musicista che portò alla ribalta e permise lo sviluppo su ampia scala, l’esportazione di tipo “popolare”, del rock ‘n roll, ma il caso di Presley è una delle più eclatanti forme di appropriazione culturale verificatesi nel corso del ventesimo secolo, operata dai discografici bianchi e di cui Elvis fu semplicemente mezzo.

Il rock ‘n roll non è un genere puro, bensì una delle ramificazioni – certamente la più conosciuta – del blues, sviluppatosi nella forma di canto di lavoro entro le comunità degli schiavi africani impiegati come braccianti e servi nelle piantagioni e nelle enormi tenute coloniali del sud degli Stati Uniti. Con l’abolizione della schiavitù, avvenuta nel 1865, quei neri che, durante i decenni di prigionia, avevano potuto cimentarsi a suonare il banjo, unico strumento tollerato dai negrieri, perché ricordava loro gli strumenti a corda europei (i proprietari terrieri non potevano immaginare che il suddetto era in realtà la riproduzione di una cassa armonica primitiva propria delle comunità di una remota regione del continente africano, ma del resto non ci si poteva aspettare altro da razzisti semianalfabeti), ebbero finalmente la possibilità di muoversi lungo gli stati del Sud e far circolare il blues per le strade di New York, Chicago, Detroit, Cleveland e Memphis – città natia di Elvis. L’incisione blues più antica di cui i musicologi hanno traccia, “Sundown Blues”, del cantante nero Daddy  Stovepipe, risale addirittura al 1924. Contemporaneamente dal blues nacque il jazz, differente per ritmo e caratterizzato dall’improvvisazione, ma, come spesso accade quando si parla di Arte, non erano affatto rare commistioni fra i due generi, miscellanee, vicendevoli influenze.

Durante la Seconda Guerra Mondiale e l’immediato Dopoguerra, per far fronte ai notevoli problemi economici, le jazz-band nere di ampie dimensioni rividero la loro composizione, riducendo il numero dei musicisti ed optando per la struttura a quattro, che contemplava esclusivamente chitarra, basso, batteria e voce; come un fulmine che squarcia un cielo plumbeo ed avvisa dell’imminente temporale, quelle piccole band squattrinate gettarono i semi del rock ‘n roll, che caddero su un terreno fertile, già arato dal blues e poi annaffiato tanto dal jump blues, caratterizzato dai riff di chitarra e dai testi urlati, quanto dal Chicago blues e dal boogie e ulteriormente concimato dalla nascita della chitarra elettrica, del microfono e dell’amplificatore.

La fine della schiavitù corrispose all’implementazione aggressiva della segregazione razziale, dalla quale certo non sfuggirono i musicisti neri, a cui veniva chiaramente impedito di suonare presso i locali dei bianchi, di organizzare grandi tournée e, soprattutto, di far passare i propri dischi, incisi quasi nella clandestinità, alle stazioni radio dei bianchi; tuttavia, l’immenso valore artistico del neonato rock ‘n roll, l’avanguardismo proprio delle partiture musicali delle band nere, l’intensità delle voci di quei cantanti ripudiati e ghettizzati, attirarono anche i giovani bianchi. Fra questi uno in particolare, il protagonista dell’editoriale di oggi, grazie ad un indubbio (per carità) talento musicale, riuscì a copiare quei riff, ad acquisire ed interiorizzare quel particolare gusto nella stesura dei pentagrammi, a cantare con la medesima intensità dei musicisti a cui, anni dopo, lo stesso disse di dovere il proprio successo. Se la bellezza artistica del rock ‘n roll era evidente, tanto quanto l’interesse per il pubblico, era altresì chiaro ai discografici bianchi che, per sfruttare il fenomeno musicale, in un contesto politico e culturale profondamente segnato dal razzismo, c’era bisogno di un artista che non solo fosse bianco e rispettasse i canoni estetici americani (è assurdo doverlo scrivere), ma che incarnasse anche i valori statunitensi. L’appena diciottenne Elvis Presley, imitatore autodidatta del rock ‘n roll, bianchissimo, con gli occhi azzurri, il naso sottile e il sorriso splendente, era un boccone troppo ghiotto per non essere addentato dalle etichette statunitensi.

Si arriva così al 1956, alla prima apparizione televisiva di Presley, seguita dalla sua scalata alle vette delle classifiche e alla prenotazione a suo nome del posto in prima fila nell’Olimpo del Rock. Proprio in quell’anno Elvis dichiarò di aver passato l’infanzia ad ascoltare la musica del bluesman Arthur Crudup e di essersi lasciato ispirare nella stesura dei suoi testi e delle sue melodie; addirittura, negli anni successivi, The King affermò a più riprese di essere ben conscio del debito da lui contratto nei confronti dei musicisti neri. Di fatti non è ad Elvis che, chi scrive, vuole imputare la colpa del fatto che quei suoi numerosissimi creditori non arrivarono mai al successo meritato; piuttosto si vuole far scivolare la coltre della reiterazione dei sentito dire e dei risaputo e sottolineare che Presley fu vittima, anche se con modalità differenti, del razzismo dell’epoca, utilizzato come mezzo dalle case discografiche dei bianchi per portare a termine una gravissima operazione di appropriazione culturale, la quale, anche oggi, non viene dai più riconosciuta come tale.

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