Qualcuno lo aveva chiamato il vento del cambiamento europeo. La brezza che avrebbe dato una definitiva sferzata agli ideali sovranisti e problematici dell’Unione sarebbe dovuta passare attraverso il gruppo del Ppe, e così è stato. Nella giornata di ieri infatti è arrivata la modifica al regolamento interno che ha portato all’ufficialità della sospensione del Fidesz di Orbán. Manfred Weber, presidente del gruppo, aveva ricevuto una lettere dal Primo Ministro Ungherese in cui veniva fatta una richiesta, attraverso la scelta di una dialettica dell’hard power, in cui minacciava di abbandonare il Ppe in caso di sospensione, così da non subire lo smacco morale.

Alla fine così è stato, dopo che sono arrivate le conferme riguardanti l’Art. 7 che regolava appunto le espulsioni dei singoli membri, completato dall’Art. 7 bis in cui si specificava come venisse autorizzato anche il processo di sospensione di un deputato o di una delegazione nazionale. Ad azione corrisponde reazione e Orbán lo aveva promesso. A nulla sono servite le sue richieste agli amici del Ppe, che hanno scelto di seguire la strada tracciata da Weber che adesso punta direttamente all’elezione del presidente del Parlamento, che dovrebbe avvenire nel 2022.

Ma tutto questo cosa c’entra con l’Italia qualcuno si domanderà? La risposta arriverà guardando a quella nuova forza del blocco di maggioranza che sostiene Draghi e che, soprattutto, non fa parte dell’alleanza Ursula. La Lega di Salvini potrebbe infatti cambiare sponda e magari provare ad aderire proprio a quel gruppo guidato da Weber, viste le nuove simpatie per le dinamiche europee. Qualche passo potrebbe essere compiuto, anche perché il leader leghista sembrava essere aperto alla possibilità di un cambio di rotta. Un rischio senza dubbio, anche perché lasciare la Meloni come unica italiana vicina alle istanze più sovraniste potrebbe far perdere voti. Ma chi non risica non rosica, e il fatto di poter lavorare al fianco di Draghi potrebbe essere un buon banco di prova.

Ma non c’è solo questo però che può far sorridere le parti europee più democratiche. Questo perché nella giornata di ieri si è discusso in Commissione di portare o meno avanti la sospensione del Patto di stabilità. Già in quest’annata la cessazione momentanea ha permesso agli stati membri di rifiatare e di poter combattere la pandemia con velocità economiche differenti. Senza questo unicum della storia UE nessun Paese avrebbe potuto sforare il proprio tetto e provare, ognuno con i suoi limiti, ad arginare la crisi sanitaria.

Ma la sospensione del 2021 potrebbe non essere sufficiente, così si pensa di portare avanti la stessa meccanica anche per il 2022. Alcuni membri vorrebbero valutare proprio una riedizione e una modifica radicale del Patto, considerato un freno per la crescita di molti stati. Quel che è certo è che per il momento si continuerà su questa strada, con un occhio di riguardo per l’Italia che dovrà condurre una politica fiscale attenta, visto che sul tavolo ci saranno anche gli ingenti fondi del Next Generation EU che potrebbero alleviare o, al contrario, ingigantire il problema del debito nostrano.

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