«Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni». Sono queste le parole con cui Nicola Zingaretti attraverso la propria pagina Facebook inizia a spiegare la propria scelta di dimettersi dalla presidenza del Partito Democratico. Tornano così i bei tempi in cui la vita politica si fa social. Qualcosa che mancava agli appassionati, che da quando Mario Draghi ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi sono rimasti a bocca asciutta per dirette, comunicati e fotografie varie.

La possibilità di un addio zingarettiano era nell’aria da alcuni giorni, ma si pensava che tutto si sarebbe risolto con un nulla di fatto. Certo sarebbe servita un po’ di comunicazione in più tra le parti. O le correnti. Sì perché una della motivazioni che ha portato Zingaretti a dire basta è proprio la reiterazione delle critiche nei suoi confronti. «Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili».

Ma potrà bastare per sbloccare un partito che ha perso la propria bussola politica? Va detto che alcune decisioni di Zingaretti sono state spesso conflittuali ultimamente, basti pensare al fatto di essere leader Dem e presidente di Regione. C’è poi la questione alleanze che secondo alcuni è stata spesso incomprensibile. Da un lato l’asse con il M5s, che si è cercato di portare avanti anche nelle candidature per le principali elezioni comunali (vedi la possibile alternanza Roma-Napoli di cui alcuni parlavano). Ma poi c’è anche un’asse più sottile, che da alcune settimane veniva costruito durante incontri a porte chiuse con la Lega. Se infatti si era iniziato a parlare di politiche del lavoro e sblocco dei licenziamenti con Salvini, poco dopo si è arrivati a ipotizzare insieme una riforma della legge elettorale.

È cosa nota che i due partiti stessero accarezzando l’idea di importare una legge basata sul maggioritario, così da provare a far tornare gli elettori a quel bipolarismo che sembra ormai cosa antica. Lato Carroccio poi c’è sempre il fattore Calderoli, che sa di poter riprendere dal cassetto il Rosatellum e preoccuparsi il meno possibile in caso di tornata elettorale. Ma le riforme vanno fatte con criterio, per questo si narra anche di un premio di maggioranza che scatterebbe al 55% e l’obbligo di definire le coalizioni prima del voto. In questo modo gli schieramenti sarebbero ben delineati e non sarebbe possibile saltare da un lato all’altro del Parlamento. Eppure gli attuali alleati del PD non accetterebbero mai questa condizione di voto, non a caso i grillini spingono sempre e solo per il proporzionale.

Posizioni distanti e poco chiare quelle che hanno preceduto l’addio di Zingaretti quindi, ma c’è un ultimo fattore che non si può non considerare. «Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli» sono le parole che chiudono il messaggio del leader Dem, che potrebbero però nascondere una strategia. Niente di inedito, ma simile a qualcosa di già visto alla fine del Conte II. L’ex premier aveva scelto di rimettere l’incarico, sicuro del fatto che non sarebbe stato possibile individuare un’alternativa più solida della sua terza chiamata. Non aveva considerato il fattore Mario Draghi e adesso è fermo ai box in attesa di rientrare come capo del Movimento. Non è dato sapere se Zingaretti possa aver scelto questa via, ma l’ipotesi di richiamare l’attenzione e l’affetto su di sé non è da escludere. Servirà aspettare il 13 marzo per capirci qualcosa, giorno in cui l’Assemblea nazionale PD si riunirà e potrebbe anche rifiutare le dimissioni del leader, che così facendo avrebbe vinto la propria scommessa. Saranno giorni cruciali, i Dem sono al bivio e il rischio è che il motore invece che ripartire resti in panne. E se una macchina non funziona solitamente poi finisce rottamata.

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