L’altra sera ho rivisto “Due scatole dimenticate – un viaggio in Vietnam”, lo speciale del Tg1 dedicato a Cecilia Mangini e alla sua esperienza di fotoreporter nella città vietnamita di Hanoi, durante il periodo bellico; c’è un momento nel lungometraggio in cui la voce narrante della regista da poco scomparsa dice: “la fotografia recupera il tempo, recupera lo spazio, recupera le sensazioni, recupera tutto”. Oggi io desidero recuperare la memoria della prima documentarista italiana, di una donna che ha rappresentato una piccola ma inestimabile rivoluzione, non solo dal punto di vista professionale, ma anche da quello contenutistico.

Ciò che, a mio dire, ha segnato maggiormente Mangini, prima come individuo e successivamente come artista e professionista, è stata la possibilità di passare i mesi estivi della propria infanzia nella città natale del padre, Mola di Bari: mentre a Firenze, città presso cui abitava con la famiglia, l’allora bambina era costretta alla rigida educazione prevista dal codice morale della classe piccolo-borghese, a cui apparteneva (suo malgrado, si dirà in seguito), nelle campagne del paesino pugliese la piccola Cecilia poteva scorrazzare liberamente e conoscere da vicino la vita rurale tanto delle umili famiglie di contadini e allevatori di bestiame quanto delle famiglie dei mezzadri; quella quotidianità, che aveva imparato a conoscere a Mola e che aveva sperimentato deliberatamente ed autonomamente ancora infante – a dimostrazione di una marcata natura ribelle ed indomita, che determinerà alcune delle sue fondamentali scelte in adolescenza e nella prima maturità, come si vedrà nelle righe successive – aveva evidentemente segnato la sensibilità di Magini, tanto che, a venticinque anni, dopo un’adolescenza passata a conoscere da autodidatta ed appassionata la fotografia ed il cinema, ostinatamente rinuncia alla fotografia di posa, già di per sé pratica artistica raramente diffusa fra le giovani del Secondo Dopoguerra, per la fotografia di strada e parte per le isole Eolie per documentare le condizioni di lavoro degli isolani di Lipari e di Panarea. Al termine del suddetto viaggio, Mangini sviluppa nella sua camera oscura alcuni degli scatti che, secondo il mio personalissimo pensiero, rendono maggiormente giustizia alla classe contadina del Sud Italia degli anni Cinquanta, secondi, per intensità e intimismo, solo a quelli firmati, anni dopo, dalla fotografa sicula Letizia Battaglia. Mangini ha motivato così la decisione di immortalare la vita delle strade e, in senso più ampio, la vita forse meschina dell’umile gente: “nelle strade l’umanità vive, si dibatte, si diverte, soffre”.

Dopo il suo esordio prima nel Cinema Neorealista, con il cortometraggio “Ignoti alla città”, ispirato al romanzo “Ragazzi di vita” del suo amico e collaboratore Pier Paolo Pasolini, e poi nel Cinema Documentaristico, nuovamente con un corto ancora ispirato alla poetica pasoliniana, intitolato “La canta delle Marane”, lo spirito e il gusto artistico di Mangini tornano al periodo felice trascorso in Puglia ed il frutto di questo ritorno alle origini è un’indagine di ampio respiro sull’arcaismo del Mezzogiorno, tematica che, prima di allora, non aveva trovato posto nella trattazione audiovisiva se non attraverso i reportage paternalistici dell’Istituto Luce e della Rai. “Stendalì – Suonano ancora” propone agli spettatori di aprire il proprio sguardo su un Meridione in cui il tempo sembra essersi rifiutato di scorrere, la Grecìa salentina: la camera diretta da Mangini mostra luoghi quasi misteriosi in cui il dialetto pugliese non è riuscito a mettere radici, perché troppo imponenti sono quelle della lingua grecanica, un idioma all’interno del quale convergono il salentino e il neogreco (si potrebbe paragonare al gaelico per gli irlandesi del Nord), abitati da braccianti con la pelle bruciata dal sole leonino, la cui morte – quasi sempre determinata da cause naturali – viene e verrà immancabilmente onorata dalle litanie delle prefiche, che annunciano agli spiriti ultraterreni l’ingresso di una nuova anima. I colloqui  mistici, che sembrano situarsi e sopravvivere lungo la sottile linea di confine che separa la devozione dalla superstizione, sono stati al centro del documentario che Mangini ha diretto nell’anno subito successivo all’uscita di “Stendalì”: anche in “Maria e i giorni”, prodotto ancora una volta, forse in maniera assai più particolareggiata, dedicato ai momenti vissuti e alle scoperte compiute nella Mola rurale, la regista decide di trattare le liturgie profane, i fanatismi e il fatalismo pseudo-cattolico delle comunità contadine. “Stendalì” e “Maria e i giorni” sono i primi documentari ad affrontare da vicino, rifiutando completamente tanto l’approccio critico quanto, di conseguenza, una posizione d’indagine sovraordinata rispetto ai soggetti-oggetti di studio, le eterodossie religiose delle popolazioni meridionali, i loro usi e i loro costumi, il dialetto eletto a lingua ufficiale. È l’occhio di Cecilia bambina ad aver raccolto, selezionato e montato dei cortometraggi che fanno emergere la ricchezza intrinseca della povera gente e di umile resta e vi è solo lo sguardo fanciullo della regista, che scopre e resta in ammirazione della vita che si dispiega di fronte a lei.

Oggi ho voluto recuperare la memoria di Cecilia Mangini, nobile esempio di rispettosa e profonda attenzione alle meraviglie che la vita sa concedere, se solo la si guardasse con gli stessi occhi che avevamo da bambini, di enorme sensibilità nei confronti di coloro i quali l’hanno accompagnata alla scoperta di quelle stesse meraviglie, di ammirazione per le classi contadine ed i loro usi e costumi, in un’epoca in cui la società iniziava a soffocare quelle tradizioni presentando ai poveri l’illusione del consumismo.

Semplicemente Cecilia Mangini.

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