Così simili ma così lontani. Entrambi salvatori delle rispettive compagini politiche, che però adesso vedranno nei rispettivi rinnovamenti un punto per prendere le distanze l’uno dall’altro. Enrico Letta e Giuseppe Conte sono i volti, non nuovi, dei rispettivi schieramenti che stanno compiendo l’impresa di riportare in auge il nome del proprio ideale. Questi avevano alla loro base problemi esistenziali diversi, ma solo la discesa in campo di figure forti e affermate avrebbe potuto garantire la riuscita di un progetto di rinnovamento, reso possibile dalla necessaria stabilità che il governo Draghi detiene all’interno del Parlamento.

Se infatti l’importante è fare di tutto per contrastare l’emergenza, grazie al supporto delle Camere, non è scritto da nessuna parte che al di fuori dei Palazzi non si possano mettere in atto stravolgimenti di sorta. Eppure nonostante ci siano similitudini che possono accomunare i due leader, come detto ci sono anche delle novità non da poco che potrebbero cambiare radicalmente il menù politico, ponendo così l’uno lontano dall’altro. Sì perché questa settimana era attesa finalmente la presentazione da parte di Conte, magari in una conferenza stampa social causa zona rossa sparsa in tutta Italia, del nuovo piano di ristrutturazione del M5s.

Ma come detto prima il tempo verbale recita “era” atteso e non “è”. L’arrivo di Enrico Letta alla segreteria del PD, in maniera totalmente inaspettata e repentina, ha costretto Grillo e l’avvocato del popolo a prendere altro tempo per ricalibrare il tutto. Se infatti alcuni dei punti chiave su cui fondare la ripartenza del Movimento sembravano ormai essere pronti per l’annuncio ufficiale ora tutte le certezze sono venute meno. Alla base dei ragionamenti di rifondazione c’era il presupposto che i pentastellati potessero contare sull’alleanza di centro-sinistra con il Partito Democratico. Questo però era possibile per il fatto che Zingaretti sembrava disposto a lasciare a Conte la guida del blocco e dunque il ruolo da protagonista.

In politica però tutto cambia rapidamente e l’arrivo di Letta, non a caso, ha stravolto le poche certezze che l’ex premier stava mettendo nero su bianco. Anzi si potrebbe dire che le ha spazzate via tutte. Eccezion fatta per l’alleanza con i Dem, forse, che per i grillini dovrà essere rivista. Il nuovo segretario del PD non sembra d’accordo sul fatto che dovrebbe essere Conte a guidare la coalizione. Dove starebbe scritto? In fondo il centro-sinistra non può esistere senza il supporto di formazioni come Iv (Renzi compreso ovviamente), LeU o +Europa, e queste non accetterebbero mai di supportare un governo se non fosse per la guida di un democratico. Magari proprio Letta. C’è poi la questione delle alleanze per le comunali che sembra già essere andata in frantumi. Dal candidato comune da sostenere su Roma alla possibile scelta, mancherebbe solo l’annuncio pare, di lanciare Gualtieri contro Raggi e Calenda, che più di tutti rimane di sasso.

Sorvolando sulla scelta della futura legge elettorale da sostenere. Conte in aula parlava di un proporzionale, strizzando l’occhio magari al partito di Berlusconi. Letta invece senza troppi giri di parole ha espresso la propria posizione a favore di un sistema di tipo maggioritario. Così lontani tra loro. Le uniche cose su cui Conte probabilmente non metterà mano sono quelle relative alla riformulazione del partito dall’interno. Vincoli di mandato rivisti, contributo per ogni singolo eletto, ossia il famoso taglio di stipendio, che dovrebbe salire da 2.300€ a 3.000€ per sostenere il finanziamento del partito e i progetti dello stesso e, infine, il tanto temuto ruolo della piattaforma Rousseau e quindi di Casaleggio. La cosa ancora da capire sarà quella di valutare come si deciderà di procedere per la votazione sulla piattaforma, senza la quale il nuovo ciclo non potrà mai prendere il via. Ma il tempo adesso è diventato alleato dell’ex premier, che non ha nessuna fretta e da dietro le quinte continua a osservare gli sconvolgimenti di sistema. Lui da perdere non ha nulla. Ancora.

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