La messa in onda dell’ultimo episodio della fiction che da più di vent’anni, ad ogni nuova puntata e ad ogni replica, ottiene un enorme successo di audience e share senza soluzione di continuità, “Il Commissario Montalbano”, è stata seguita da uno sciame di polemiche social, provenienti  tanto dai fan della prima ora – molti dei quali si son detti delusi da “Il metodo Catalanotti” – quanto dai meno affezionati, ma pur sempre interessati al prodotto. Il frastuono virtuale, tuttavia, può essere riportato ad uno spettro sonoro udibile, ed è quello che si prefigge l’editoriale in questione; scendendo quindi nel dettaglio e riportando la polemica al livello di semplice discussione, si possono trovare nella stessa due “ordini di problemi”: da una parte l’annuncio (pervenuto dai social dell’interprete di Fazio e non di siti ufficiali Rai) della definitiva conclusione della fiction, la notizia che all’episodio dell’8 Marzo scorso non ne succederanno altri negli anni a venire; dall’altra parte – ed è questo l’ordine su cui chi non riconosce al pubblico la legittimità del suo ideale governo può maggiormente ironizzare – la fine del rapporto amoroso che lega il protagonista e la storica compagna Livia, ovvero il modo in cui il Commissario, sedicente integerrimo, affronta l’infatuazione per un’altra donna e il conseguente desiderio di chiudere con Livia.

La scomparsa del demiurgo di Salvo Montalbano lo scorso Marzo 2019 è probabilmente un elemento da non tralasciare, così come la natura letteraria del personaggio ed il fatto che la fiction, per quanto possa essere sempre risultata perfettamente curata in ogni aspetto e particolarmente funzionale alla narrazione televisiva, è comunque la trasposizione di una collana di romanzi: se viene a mancare la mente che sta dietro alla creazione dei casi a cui il Commissario di Vigata deve venire a capo, se scompare la figura che, sin dal primo episodio, ha sempre controllato da vicino la stesura delle sceneggiature seriali e la regia delle puntate, quell’autore che non abbandonava la sua creatura sul set, ma ne seguiva i movimenti, le inquadrature e i dialoghi con la sentita premura che l’entourage televisivo ha dichiarato di aver sempre visto nella supervisione di Camilleri, ecco che necessariamente la macchina del set si arresta, privata del suo motore. È altamente probabile che, proprio dinnanzi alla dipartita di Camilleri, purtroppo seguita da quella dello storico regista delle avventure sicule, Alberto Sironi, gli sceneggiatori e lo stesso Luca Zingaretti, a cui è stata affidata la regia, abbiano pensato non solo di rendere omaggio alle due anime de “Il Commissario Montalbano”, ma anche di chiudere definitivamente il cerchio: la quattordicesima stagione è andata in onda un anno fa e, poiché quella di Montalbano è una serie composta da “episodi autoconclusivi”, ovvero episodi con un’economia narrativa autonoma e che, per questo, non si richiamano vicendevolmente, non spargono elementi narrativi per agganciarsi fra di loro, non c’era effettivamente bisogno, almeno dal punto di vista della coerenza e della coesione della narrazione episodica, di produrre “Il metodo Catalanotti”; poteva restare tutto fermo, incastrato ne “La rete di protezione” e gli spettatori non avrebbero battuto ciglio per chissà quanto altro tempo, eppure è stato deciso di creare l’episodio su Catalanotti, che, quindi, è evidentemente un omaggio e al contempo un cartello con su scritto ‘fin’.

“Ma noi siamo rimasti delusi” dissero i fan; si capisce! Nell’ultimo episodio l’ironia, cifra stilistica sia della fiction sia dell’opera originaria, i personaggi secondari e addirittura l’indagine vengono tutti lasciati in secondo piano, fino quasi a scomparire, oscurati dalla crisi di mezza età (perché è di questo che si parla nell’ultimo episodio) di un Salvo diverso dal solito, irriconoscibile agli occhi degli affezionati; tuttavia anche nella versione letteraria dell’episodio l’ironia, i personaggi-satellite e l’indagine sono tutti ridotti all’osso. Francesco Bruni (sceneggiatore) e Luca Zingaretti si sono semplicemente attenuti alle “ultime volontà” di Camilleri.

E anche se la delusione del pubblico fosse esclusivamente dovuta alla fine della storia d’amore fra Salvo e Livia e, nella fattispecie, alla famigerata conversazione telefonica fra i due personaggi, anche in questo caso non c’è spazio al biasimo: il Commissario ha molte volte subito il fascino delle “fimmine” che venivano a scombussolare la tranquillità della sua esistenza, ma la relazione con Livia era sempre sopravvissuta, perché basata su una profonda parità dei ruoli: nella coppia televisiva non c’era chi teneva le redini e chi soccombeva e la relazione era profonda perché intellettiva e intellettuale, e paritaria perché da ambo le parti non sussisteva la volontà di mettere da parte se stessi in favore della condivisione tradizionale della quotidianità. La donna di cui Montalbano si innamora, Antonia, è invece la goccia che fa traboccare un vaso pieno di ansia per il sopraggiungere della vecchiaia, che, cadendo, lascia in terra frammenti sbreccati e il dialogo monco a cui abbiamo assistito la scorsa sera. Il problema nasce nel momento in cui in quel dialogo, di cui non v’è traccia nel romanzo originario, non ritroviamo non solo il carattere del Commissario, ma neppure la parità di cui sopra, piuttosto uno strano menefreghismo da parte di Montalbano e un’insolita incomunicabilità fra i due, appunto un moncone irriconoscibile di un amore sviluppatosi sotto tutt’altri aspetti; è assolutamente condivisibile, quindi, la delusione del pubblico.

Al di là delle giustificazioni che qui si vogliono dare allo scontento dei fan, si deve dire in conclusione che uno dei personaggi meglio riusciti della storia della fiction Rai non avrebbe mai potuto continuare a vivere senza colui che lo ha partorito.

Montalbano è morto, evviva Montalbano!

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