«Te li ricordi i tempi della scuola?» una volta era una di quelle battute che si faceva tra ex compagni di classe, o che poteva servire per portare avanti quelle conversazioni da bar un po’ nostalgiche tra persone avanti con l’età che con un sorriso rimembravano fasti del passato. Eppure quest’anno anche i più giovani potranno fregiarsi di questo titolo un po’ malinconico del ricordo di una scuola che ormai non riescono più a frequentare per mille motivi. Che poi alla fine dei conti è sempre uno il motivo, ossia il Covid-19, varia solo la risposta che si prova a dare.

Un po’ come alle interrogazioni, dove le provavi tutte e alla fine speravi di azzeccare la risposta esatta. Solo che tra presentarsi alla lavagna e tornare a posto con un quattro e annullare ogni tipo di beneficio per uno studente ce ne passa. E tanto anche. Sia chiaro, il discorso qui non riguarda i genitori o tutti quelli che sostengono che avere un figlio a casa mentre fa lezione sia una punizione. Non proveremo neanche ad introdurre l’argomento, ma proviamo per un attimo a guardare solo allo studente e non all’adulto.

Certo fa differenza bloccare una fabbrica piuttosto che una scuola. Non serve spiegare tutto il discorso economico, perdite, introiti mancati, stipendi e quanto ne viene. Assolutamente vero. Ma uno studente oggi, pur non apportando benefici istantanei alla società, è il guadagno del domani. Le generazione che vengono pesantemente vessate dalla pandemia saranno quelle che tra non molto tempo, perché è di questo che si tratta in fondo, dovranno presentarsi al mondo del lavoro. E questo, a oggi, è pronto a servire loro un conto molto salato.

Quando si discute, giustamente, di come investire i soldi del Next Generation EU, su quale programma possa essere più funzionale alla ripartenza o meno, sembra che ci si dimentichi di un piccolo particolare. Se traduciamo quel “next generation” otteniamo “future generazione”. E allora la domanda sorge spontanea: ma come è possibile costruire un futuro prospero per i giovani di oggi se non riusciamo neanche a garantire loro di poter studiare e accrescere le loro conoscenze? Certo qualcuno potrebbe controbattere sostenendo che esista la didattica a distanza, che la colpa sia del virus e che sia stato fatto tutto il possibile.

Assolutamente tutto giusto. Ma mettiamoci a osservare la questione da un’altra prospettiva per un secondo. La Dad serve davvero ai ragazzi? Garantisce loro lo stesso minimo livello di istruzione che avrebbero in aula? Permette di avere il medesimo grado di interazione tra ragazzi? La risposta non può che essere negativa ovviamente. Sorvoliamo anche sulla ricerca pubblicata nei giorni scorsi da Parole O_Stili e Istituto Toniolo, condotta con il supporto tecnico di Ipsos, in cui è emerso che uno studente su quattro ha provato un peggioramento del rapporto e del dialogo con l’insegnante; l’uso fatto a scuola degli strumenti digitali nel 23% dei casi non ha invogliato a studiare e nel 35% dei casi non ha consentito di apprendere in modo più efficace.

Sorvoliamo. Perché il discorso è più ampio di così. Sia chiaro, questo non è un attacco al Ministro Bianchi, che anzi ha iniziato con largo anticipo ad organizzare il prossimo anno scolastico. E per ora di banchi a rotelle non se ne sarebbe parlato per fortuna. Però forse è giusto soffermarsi sul fatto che il nostro Paese non ha mai davvero voluto investire nella scuola in tempi normali, quando si poteva e doveva. Figurarsi adesso che c’è il Covid e più di una crisi colpisce il sistema. Tagli di qua, sanzioni di là, problemi lasciati a stagionare nel cassetto. C’è una mancanza che va avanti in Italia da troppo tempo nel mondo della scuola.

Una mancanza che oggi costa cara, in primo luogo a noi e in seconda battuta a tutti quei ragazzi che si apprestano a iniziare o concludere il proprio percorsi di studi. Lo aveva detto lo stesso Draghi nel suo discorso programmatico che si erano persi fin troppi giorni per i ragazzi, ma poi tutto è rimasto così. Sospeso. Per questo motivo forse sarebbe stato il caso di utilizzare non tanto l’acronimo Dad, quanto piuttosto Dam. Didattica a mancanza.

Un pensiero riguardo “Didattica a mancanza

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