Il dibattito di questi giorni è solo uno: ma come stanno gestendo la questione vaccini le varie Regioni? Escludendo i casi Lazio, in cui è cosa nota che Zingaretti stia facendo talmente bene da non dover sentire neanche il bisogno di vantarsene, e la Lombardia, in cui non è chiaro di chi siano le colpe ma la vicenda assomiglia a una Waterloo sanitaria, tutti i vari Presidenti stanno avendo molte difficoltà nel portare avanti il progetto di ripartenza. Nella maggior parte dei casi infatti le autorità territoriali non hanno utilizzato più di tre dosi su quattro consegnate. Però è anche vero che non è possibile sottovalutare il discorso relativo alla paura dopo lo stop AstraZeneca, che ha visto molti cittadini tirarsi indietro e non recarsi a ricevere la propria dose di vaccino.

C’è però un elemento preoccupante e che tiene il governo Draghi in ansia. Fino a questo momento nella categoria a rischio di persone di età compresa tra i 70 e i 79 anni sono stati 322mila i vaccini. Ma se andiamo a osservare il numero di persone vaccinate in età 20-29 anni il numero sale incredibilmente a 574mila. Una disparità forse troppo elevata. Non è possibile che le sanità territoriali operino in autonomia e rischino di bloccare l’intero progetto, già di per sé rallentato da molti problemi.

Ma la disputa relativa al rapporto Stato-Regioni non è cosa nuova. Era infatti facile leggerne durante il governo Conte, in cui l’ex premier era solito lasciare spazio di manovra ai vari governatori salvo poi ricordare loro che in realtà il loro potere era limitato e dunque era il Presidente del Consiglio a porre l’ultima parola. Come dimenticare le ore di riunione all’interno di quel magnifico luogo utopico che è la Conferenza Stato-Regioni, neanche considerato all’interno della Costituzione.

Proprio in questo senso poi è obbligatorio citare un passaggio riportato da Michele Ainis sulle pagine de La Repubblica: «Così, la Sardegna, la Valle D’Aosta, la provincia di Bolzano, la Campania impediscono l’accesso alle seconde case, bloccando gli spostamenti dalle altre Regioni. Eppure una norma dimenticata della Costituzione più ignorata al mondo lo vieta a chiare lettere. Dice infatti l’articolo 120: nessuna Regione “può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni”. In attesa che qualcuno ne rammenti l’esistenza».

Il discorso rappresenta quel dibattito tutto italiano che va avanti dal primo lockdown: fino a che punto lo Stato può imporsi in questo modo? Fino a che punto è possibile limitare la libertà altrui? Ma adesso il dubbione televisivo viene traslato al comparto delle Regioni, che però dalla loro non possono vantare né il livello di autorità né il livello di organizzazione di cui un governo può disporre. E così si finisce a leggere notizie in stile Lombardia, in cui responsabilità si rimbalzano da una parte all’altra, in cui politici chiedono dimissioni a destra e manca e alla fine a rimetterci son sempre i cittadini che aspettano risposte.

Che fare o che non fare, la risposta sembra essere sempre la stessa alla fine. Centralizzare. Punto. Molto semplicistico per molti, ma se nessuno è in grado di garantire allo stesso modo gli stessi diritti è giusto che il decisore sia uno solo. Lo Stato. È questa la direzione che si sta prendendo con la scelta di utilizzare una piattaforma unica per la prenotazione dei vaccini. Questo permette a tutti la stessa possibilità e garantisce dati celeri alle istituzioni centrali. Draghi non sembra voler cedere su questo punto, minacciando l’ipotesi di obbligo legislativo se tutti non dovessero aderire. Ma ormai questo è il passo necessario. Accompagnare quelle transizioni necessarie alla ripartenza. La gestione delle Regioni non fa eccezione. Ma neanche la questione Titolo V.

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