È questione di intenti. Dal momento del suo ritorno a Roma Enrico Letta è stato molto chiaro sul programma da portare avanti nei prossimi mesi. Dall’altro lato invece Giuseppe Conte è stato protagonista solo attraverso uno strano e inaspettato silenzio, metodo che non aveva fino a questo momento fruttato all’ex premier che ha invece costruito la sua carriera politica grazie ad apparizioni e interventi da prima pagina. Ha sempre regalato un titolo.

Ma adesso la musica è cambiata, forse Conte resosi conto di non aver potuto conservare il proprio posto all’interno di Palazzo Chigi ha capito che era arrivato il momento di andare avanti. Evolvere. Così da alcune settimane quello che dovrebbe essere il prossimo leader del M5s è sparito dalle scene, così come il partito. Un silenzio voluto, forse anche per farsi desiderare. Ma dietro giochi di attesa in realtà si nasconde la volontà di riformare quello che è stato il Movimento. È  tempo di crescere e Conte vuole che le cose vengano fatte a modo, senza tralasciare nessun aspetto. Sembrava tutto pronto in realtà, ma come abbiamo spiegato anche su questi schermi l’uscita di scena di Zingaretti ha rimescolato tutte le carte.

Ecco quindi Letta alla guida del PD, che resta comunque solido alleato su cui puntare come sottolineato dal futuro leader grillino: «Il Pd sarà interlocutore privilegiato del nuovo M5S». D’altronde non sembra esserci alternativa se non quella di allearsi. Il blocco di centrodestra, stando agli ultimi numeri, può contare su una possibile maggioranza di governo a discapito del centrosinistra, che senza una buona stabilità rischia di uscire dalla tornata elettorale del 2023 con le ossa rotte. Ma il tempo è stato generoso con i due nuovi leader, che mentre preparano e studiano i dossier per trovare una vera intesa, potranno aspettare fino a ottobre per organizzare al meglio la campagna per le varie comunali. Dove però ancora non è chiaro come si sceglierà di correre. Stare insieme e sostenersi l’un l’altro? Prendere pienamente parte al processo democratico e tentare il tutti contro tutti e che vinca il migliore?

Tutti interrogativi da sciogliere, ma che iniziano a far indispettire le parti in causa nelle varie città. Se si guarda a Roma infatti al momento l’unico che sembra essere certo di correre come futuro sindaco sembra essere Calenda. Che resterebbe tagliato fuori in caso di mancato appoggio dei Dem. Ma dall’altro lato la stessa Raggi non può sorridere, visto che lei si è fatta avanti avallata anche da Grillo. Solo che il partito tace e, allo stesso tempo, il futuro leader Conte non prende posizione. Simile il discorso per il PD, dove si vociferava il nome di Nicola Zingaretti, che smentendo ha però lanciato la propria provocazione contro la sindaca: «Non mi candido e considero la ricandidatura di Virginia Raggi una minaccia per Roma».

Lo stesso ex segretario si è però espresso a favore dell’alleanza con il M5s: «Io sono molto contento dell’incontro di ieri perché prosegue un grande progetto: un grande Pd in una grande alleanza. Era ed è il progetto per cui ho lottato. Se si sviluppa come si sta sviluppando bene anche grazie all’impegno di Enrico sono molto contento». Come dargli torto, d’altronde era stato lui a porre le basi a tutti questo. Letta però non sembra dare troppo peso al passato, basta guardare il cambio repentino dei capigruppo. In Senato in pochi giorni Marcucci ha lasciato il passo a Simona Malpezzi, mentre alla Camera il ricambio è previsto per la prossima settimana, dove saranno Debora Serracchiani e di Marianna Madia a giocarsi il posto.

Un pensiero riguardo “Così diversi, ma così simili

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