Conversare con Matteo Capriotti, pur se divisi da qualche centinaio di kilometri, e, soprattutto dallo schermo di un portatile, rende chiaro come un artista che cerca la sua strada deve fare delle scelte.  L’arte è un linguaggio, un modo di comunicare la propria capacità di esprimere concetti o sollevare domande aventi il ruolo di ricordare ad un osservatore che il mondo ha bisogno di essere esplorato.

Colpisce che un giovane pittore come Matteo Capriotti, classe 1996, sia in grado di dimostrare una consapevolezza del suo ruolo di artista. Nella società contemporanea riconoscere quale sia la vera definizione per tale figura non è cosa semplice: il contesto mutevole nel quale interagiscono i differenti players del mondo dell’arte ha portato una diffusa esigenza di fluidità e molto spesso l’artista si trova a occupare nel medesimo tempo il ruolo di creatore ma anche comunicatore, manager e, talvolta, dealer.

La vera missione dell’artista deve essere quella di muovere lo spettatore verso degli interrogativi che consentano di stimolare una ricerca individuale o collettiva.

Questa caratteristica si concretizza con la progressiva maturazione dell’uomo: Matteo Capriotti tiene i pennelli e i colori tra le dita fin da quando è ancora molto piccolo, ma la vera spinta che fa riconoscere concretamente quale sia il percorso più adatto per lui arriva solo nei tempi più recenti. Durante il 2020 Capriotti è ancora uno studente di bioscienze ma una volta ottenuta la Laurea trova il coraggio di concretizzare il suo amore per l’arte avviando una carriera d’artista costruita attraverso un impegno programmatico che lo porta a frequentare oggi l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. 

Approfondire la materia artistica in uno degli istituti storici che hanno forgiato il talento di numerosi creativi attualmente attivi nel panorama nazionale e internazionale, definisce una tensione verso il desiderio di crescita personale e una necessità intima che non può risolversi attraverso il compromesso: creare per vivere, vivere per creare.

Riuscire in un’ impresa come questa è chiaramente una scommessa che prevede un alto livello di competitività. La diffusione dell’utilizzo delle piattaforme social ha garantito molta visibilità agli artisti, i quali in molti casi non ne avrebbero altrimenti avuta, ma conoscere le giuste strategie per comunicare il proprio lavoro senza peccare di incoerenza è una nuova esigenza con cui nessun artista desideroso di emergere può evitare di scontrarsi.

La freschezza del linguaggio di Matteo Capriotti rende la sua arte compatibile con i canali multimediali messi a disposizione dal mondo digitale, in cui è ben evidente la fruibilità delle pitture e delle installazioni dell’artista. La caratteristica che accomuna i differenti lavori che sono stati ultimati e presentati dall’abruzzese è proprio la forza comunicativa,  la quale consente di osservare l’opera attraverso differenti livelli di lettura. Il primo sguardo rivolto verso un’opera di Matteo Capriotti consente già allo spettatore di rimanere attratto dalla potenza estetica delle sue produzioni ma a questo si somma la profondità simbolica che l’artista ha voluto far confluire verso lo spettatore. Tale valenza si presenta agli occhi di un osservatore maggiormente abituato alla visione di opere similari, dotato di un approccio più critico e focalizzato su un’osservazione mirata ad una lettura approfondita del manufatto. 

Attraverso le parole di un giovane pittore come Matteo Capriotti si definisce un immaginario in cui ci si può immergere. Una profondità palpabile si proietta all’esterno delle sue tele: questa prende forma nella sensibilità dell’osservatore delle sue opere pittoriche che ricordano, anche nelle cromie, un oceano, o un cielo, in cui ci si può perdere ma allo stesso tempo nel guardarlo, non si può fare a meno di rimanere magneticamente attratti dalla tecnica dello sfumato. Attraverso l’utilizzo graduale delle tinte Capriotti descrive una discesa verso il buio, o parallelamente una risalita verso la luce. 

La sua ricerca artistica sta affondando le radici sempre più verso il mondo esterno e, rispetto alla produzione precedente agli ultimi progetti presentati attraverso Instagram, il suo sguardo si sta aprendo verso tematiche non strettamente affini all’esperienza autobiografica ma comunque legate alla dimensione personale dell’artista. Quest’ultimo dato è testimoniato dalla sua ultima installazione, dal titolo “Caro”, dove viene analizzata e denunciata la sregolata domanda di carne che la nostra contemporanea società esige e la conseguente quantità d’acqua necessaria a tenere in attività impianti di allevamento intensivo, dove vengono cresciuti gli animali che saranno macellati per soddisfare la suddetta richiesta. Capriotti applica in questo caso le sue conoscenze di stampo scientifico al suo linguaggio creativo, non determinando una netta separazione tra questi due universi che definiscono la sua anima polivalente.

Matteo Capriotti sta portando verso nuovi livelli di maturità artistica il suo codice e le sue tecniche, dando ampio spazio a prospettive particolarmente promettenti per il suo imminente futuro. 

La sua franchezza e la sua altrettanto spiccata sensibilità sono caratteristiche che definiscono l’uomo prima dell’artista, ma sono qualità, che tradotte attraverso l’estro artistico, presentano un giovane che è necessario continuare a monitorare nelle sue prossime incursioni creative.

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