L’America si ritrova ancora una volta sospesa tra ciò che è stata e ciò che potrebbe diventare. Sono ore cruciali infatti quelle che si stanno vivendo nel paese a stelle e strisce, dove oltre alla lotta al Covid-19 torna a far parlare di sé la lotta all’ingiustizia sociale e al razzismo. È iniziato nella giornata di ieri infatti il processo per la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio del 2020 quando un agente di polizia, Derek Chauvin, lo aveva soffocato premendo con il suo ginocchio sul suo collo.

Un evento che aveva sconvolto non solo il paese, ma l’intera opinione pubblica mondiale. Le manifestazioni di protesta, il coprifuoco e le lotte con la polizia che erano esplose in ogni città, il movimento Black Lives Matter, i proseliti dell’ex presidente Trump che condannava i manifestanti e non la fascia di popolazione che si dimostrava veramente violenta e razzista, i feriti e la possibilità che scoppiasse una vera guerra civile. Tutti questi eventi adesso però potrebbero trovare finalmente giustizia.

Stando alle parole dei legali della famiglia Floyd, sarebbe l’intera «America a chiedere equità di giudizio». Inoltre l’avvocato Benjamin Crump sottolinea come nonostante il mondo intero stia guardando con attenzione quello che accade negli Usa, «questo assassinio non è un caso difficile da giudicare». Gli stessi video che hanno fatto il giro del web hanno permesso già un anno fa di capire chi fosse il responsabile della morte del 46enne afroamericano.

8 minuti e 46 secondi che sono diventati, e sono ancora oggi, il simbolo della protesta contro il dilagante razzismo in America. La stessa famiglia Floyd, insieme ai legali, si è inginocchiata per quel lasso di tempo davanti al tribunale di Minneapolis, che per l’occasione è stato blindato dalle forze di sicurezza. Quello che gli States si apprestano a vivere sarà un vero e proprio «referendum sulla giustizia americana», un processo che passerà alla storia non tanto per la sua sentenza, che anche per noi oltreoceano sembra essere necessariamente già scritta vista l’evidente e “visiva” colpevolezza di Chauvin, quanto per il modo in cui potrebbe riscrivere il rapporto tra bianchi e neri.

«Mettiamo la politica da parte in questo processo» sono state alcune delle parole dell’avvocato difensore del poliziotto citato poco sopra. Eppure in questo caso è evidente come la politica non c’entri. Se la vogliamo valutare solo sotto il profilo giudiziario è giusto che un uomo che uccide un altro uomo paghi, secondo la legge, per quello che ha fatto. È giusto, niente a che vedere con la politica. Ma il processo dovrà servire anche a modificare definitivamente quel sentimento di odio nei confronti della popolazione afroamericana. Un impulso nocivo e dannoso per una società che finalmente si è messa alle spalle l’esperienza trumpiana e potrà riscoprirsi migliore di come è stata. E per fare questo la politica non serve. Occorre giustizia.

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