Alla fine tornano anche loro. Le Regioni, che tanto avevano e hanno fatto discutere durante la gestione dell’emergenza sanitaria, adesso tornano al centro della scena e chiedono di poter incontrare il premier Draghi in vista di possibili aperture nella parte finale di aprile. Fino a questo momento la guerra è stata totale tra quelli che alcuni chiamano erroneamente governatori e il Presidente del Consiglio, ma da quando è arrivato l’ex Bce il rapporto preesistente è stato ribaltato .

Se infatti durante il governo Conte era stato imposto un tacito vivi e lascia vivere, che però giocava a favore dell’inquilino di Palazzo Chigi, Draghi ha dal primo momento cercato di distaccarsi il più possibile dal suo predecessore anche dal punto di vista dei rapporti. Per questo motivo se prima i vari Presidenti di Regione potevano dire la loro alzando anche la voce, se i propri segretari di partito glielo consentivano sia chiaro, adesso in realtà ogni polemica diventa nulla e non costruttiva rispetto al piano del governo.

Conte lasciava correre, conscio del fatto che alla fine tanto l’ultima parola spettasse sempre a lui sia in virtù dello stato di emergenza che del Titolo V della Costituzione, che si spera venga presto rivisto in quanto inutilizzabile in questa veste. Ma Draghi non è l’avvocato del popolo, e questo ormai lo si è capito da tempo. Ma i “governatori” fanno finta di non capire e ogni tanto provano a dire la loro, aizzati magari da voci posizionate ben più in alto di loro all’interno del partito che rappresentano. Ma questo poco importa, visto che comunque il premier viaggia tenendo la barra dritta e senza esitazione. Tutti si sta basando sui numeri e non sulle scelte dettate dalle sensazioni o dai presagi.

La stessa campagna vaccinale va avanti spedita ed è stata organizzata tabelle e numeri alla mano. Raramente si era visto un pragmatismo tanto sfrontato in politica. Così dopo le chiusura per il weekend di Pasqua, in cui non sono mancate le polemiche per alcune decisioni prese dalle Regioni in maniera autonoma rispetto alla libertà di circolazione dei cittadini, adesso torna a bussare alla porta di Palazzo Chigi il grande problema delle riaperture. A farsi portavoce di queste istanze, essendo alla fine i veri grandi portatori di interessi, sono proprio quelle Regioni che fino a poco tempo fa erano critiche sul da farsi.

Secondo alcune indiscrezioni pubblicate nella giornata di ieri dall’ANSA, i Presidenti avrebbero effettuato una sintesi per esprimere le proprie posizioni in merito alla possibilità di riaprire e presentarsi compatti durante le prossime giornate alla Conferenza Stato-Regioni. La volontà sarebbe quella di «fornire prospettive a quei settori chiusi valutando aperture subito dopo il 20 aprile, nel caso di un miglioramento dei dati epidemiologici, per poi permettere da maggio la ripartenza di attività in stand-by da troppo tempo come le palestre».

I punti che fanno ben sperare però in questo caso possono essere almeno due. Avere una dead line a cui poter guardare in maniera positiva fa ben sperare. Inoltre, il fatto che quanto fatto fino a questo momento dal governo si basasse su dati certi e che, allo stesso tempo, l’intero apparato istituzionale italiano abbia deciso di muoversi allo stesso modo indica una compattezza d’intenti fuori dal comune. La direzione in cui si inizia a remare sembra essere la stessa, senza porre davanti gli interessi di nessuno. Il 20 aprile tra campagna vaccinale e unità d’intenti potrebbe dunque essere un giorno capace di porre una linea di demarcazione tra quello che stiamo vivendo oggi e quello che potremmo vivere domani. Mettersi alle spalle le zone rosse, sperando di non doverle vedere più, e ripartire. Sognando magari che prima o poi quel modo di vivere a cui eravamo abituati si rifaccia vivo.

3 pensieri riguardo “E ora le Regioni chiedono di riaprire

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