La pittura astratta nel contemporaneo mantiene una sua potenza, un richiamo che non cessa di catalizzare lo sguardo dell’uomo moderno che, nonostante il disincanto, può rintracciare nell’assenza della forma e dell’oggetto un senso di erotica vaghezza, il piacere del perdersi, la ricerca del fattore perturbante in una quotidianità fatta di raziocinio ed eccessiva regolarità. La potenza di un gesto che incontra l’oggetto della tela o della superficie su cui le tinte si intrecciano, danzano o combattono strenuamente alla ricerca del loro spazio, è manifesta nelle composizioni del pittore Roberto rizzo che continua ancora oggi a dedicarsi ad una produzione figlia delle ricerche che hanno tagliato i loro storici traguardi nel vecchio secolo. 

I grandi maestri del costruttivismo, in primi Kasimir Malevic, hanno portato nel variegato e multiforme mondo delle avanguardie del primo novecento una nuova visione: lo stadio elementare della forma che nella sua semplicità riesce a racchiudere ogni cosa nella geometria irregolare. Quel passaggio ad oggi quasi scontato, dalla forma figurativa all’astrazione, all’epoca racchiudeva una forza dirompente senza pari. L’esigenza del maestro Malevic era quella di dare vita ad un’opera d’arte in grado di saper prendere le distanze da un vuoto naturalismo non più in grado di rendere correttamente l’essenza del mondo. I poligoni sono padroni di uno spazio in cui si mira ad una sovrarealtà spirituale. Quello stesso allontanamento dalla concezione terrena è figlio di una sintesi che prende piede dalla forza delle icone della Russia ortodossa, un fascino spirituale nato da una visione del mondo tutt’altro che vicina ai canoni del razionalismo.

La pittura astratta ha nel corso del xx secolo combattuto molteplici battaglie in contesti geografici, politici e ideologici diversi, ma oggi gode della sua forza autosufficiente, capace di legittimare la sua indipendente esistenza. Gli ultimi lavori di Roberto Rizzo sono dei manufatti composti di dimensioni variabili. Rizzo intende l’opera d’arte come dispositivo e non come oggetto. Il presupposto di questo ragionamento si rintraccia nella sua concezione dell’arte. Il quadro o l’opera, tradizionalmente, subisce l’azione del pittore, invece Rizzo ridefinisce un dialogo tra l’autore e l’oggetto: un rapporto paritario e di scambio. Rizzo ribadisce che le sue riflessioni, per quanto complesse, sono frutto dell’azione di un pittore e non un teorico. 

La sua, come da lui ribadito, è la teorizzazione di una sua concezione della pittura che può essere intesa solo come visione individuale. Rizzo si ricollega al concetto di aura: la dimensione assoluta dell’arte è messa in discussione da molto tempo ma è necessario ricordare che nella sua visione in occidente è sempre stata presente anche una concezione di assoluto. 

Nel contesto odierno la parola “quadro” non è particolarmente apprezzata ma Rizzo si dimostra legato a questa terminologia: l’atto del dipingere non è sempre applicabile a questa dimensione ma anzi, è una concezione molto moderna. Il quadro nasce come una superficie semplice, direttamente precostituita per accompagnare l’atto creativo del dipingere. L’assoluto in pittura si rintraccia non all’interno del quadro ma nel contesto relativo, storico, economico e sociale in cui questo viene ideato e realizzato. 

Parlando della sua arte Rizzo si riferisce alle sue pitture come costituite da “corpi aniconici” in cui la forma del corpo si decostruisce e perde non la sua consistenza ma la sua essenziale delimitazione nello spazio del dipinto.La pittura deve quindi contenere nella sua aura le qualità per raggiungere la sacralità. La sua dimensione reale, la sua forma fisica appartiene all’ingegno e le qualità di manipolazione materica del singolo individuo, ma è nell’assoluto che va rintracciato, come nel riflesso di uno specchio, il vero fulcro del suo esistere. 

Il quadro è un ritaglio dell’infinito, un semplice frammento di un’immensità che non riesce ad essere inclusa in uno spazio artificiale ma che può essere semplicemente sfiorata dalle dita dell’uomo. 

Fallire. Questa è l’unica realtà che può essere conosciuta dal pittore.

La pittura ha sempre cercato uno spazio dove insinuarsi, come una materia viva, come un liquido che si infiltra tra le crepe delle superfici, pronta a riempire le assenze reali e immaginarie.

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