Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, Ma quando l’indizio è sempre lo stesso e viene solo rilanciato in maniera differente e da più parti, che fare? Come interpretarlo? È questo il grande dubbio che assale la politica PD in questi giorni. Dal suo arrivo Letta ha provato a stravolgere così tanto le cose al punto da lasciarle esattamente come erano prima del suo arrivo. Immutate.

Proclami, lancio di obiettivi programmatici e scontro a tutto campo con i partiti da lui considerati rivali. Le elezioni non sono così lontane in fondo, ed è giusto iniziare a dividere il campo nonostante la larga maggioranza di governo e la situazione pandemica dovrebbero spingere alla collaborazione. In questo marasma però alla fine l’ingresso di Letta ha prodotto un riavvicinamento delle truppe e il cambio di guardia nelle posizione di capogruppo delle Camere. Nulla più.

Certo la disparità femminile è un gap che deve essere colmato, non solo in politica, ma al momento se si tralascia il passaggio di testimone in Senato e alla Camera sono pochi i nomi di donne inseriti davvero nel programma democratico da qui al 2023. In mezzo c’è, come si sa, la grande sfida delle elezioni comunali. Primo banco di prova per tutte le formazioni politiche che hanno qualcosa da perdere. O da vincere. Giorgia Meloni vuole iniziare a sondare il campo in vista delle politiche; Salvini deve dimostrare di non aver perso consensi nonostante l’ingresso in maggioranza; Berlusconi vuole essere ancora una volta l’ago della bilancia del centrodestra; Conte vorrebbe mettere a tacere ogni suo detrattore con risultati che rilancino i grillini nelle alte sfere della politica.

Infine c’è Letta, che vuole dimostrare ai suoi e anche a sé stesso che il suo ritorno è davvero servito a dare una svolta. Il segretario dem però sa che basterà alla fine primeggiare solo in una piazza per potersi dire soddisfatti, quella di Roma. Solo che nella Capitale la situazione candidature è bollente, e rappresenta l’unico nodo per ogni partito. Dubbi su dubbi, nomi su nomi. Però alla fine qualcuno che da qualche tempo viene rilanciato in continuazione, e lo avevamo scritto anche noi, ci sarebbe. Si tratta di Nicola Zingaretti, che nonostante le dimissioni non perde occasione per farsi vedere in giro e far parlare di sé.

L’idea di una candidatura stuzzica anche Enrico Letta, che potrebbe contare su una figura forte e in grado di competere soprattutto al secondo turno con qualunque avversario. Il M5s dovrebbe avere Virginia Raggi, ma il condizionale è d’obbligo visto che dalle parti di Giuseppe Conte al momento tutto tace (o se qualcosa esce è dedicato a Rousseau). Ci sarebbe anche Carlo Calenda, che ha annunciato che non si farà da parte, anche qualora fosse costretto a correre contro un dem. Il centrodestra al momento non è pervenuto.

Niente di nuovo fin qui se non che come detto all’inizio, tre prove potrebbero fare un indizio. Le voci su Zingaretti si rincorrono, ma più che venir messe a tacere queste vengono schivate. Come se si cercasse di prendere tempo. Ed ecco infatti che un indizio arriva e si può leggere nel pezzo apparso ieri mattina su La Stampa e a firma di Fabio Martini. Zingaretti non avrebbe proprio chiuso tutte le porte, ma prima di pronunciarsi in maniera positiva vorrebbe due garanzie. La prima sarebbe avere Calenda dalla propria parte; la seconda la disarticolazione dal partito di Conte. Un lavoro non da poco per Enrico Letta, che intanto prende tempo e cerca di capire il da farsi. Quel che è certo è che nessun donna, al momento, sarebbe stata presa in considerazione per tentare la scalata al Campidoglio e dimostrare una volta per tutte che si può cambiare. Anche in politica.

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