Quando Omero o il collettivo di cantori greci che dovrebbe aver utilizzato quello pseudonimo, non me ne vogliano Francois Hedelin abate d’Aubignac e Giambattista Vico ma non voglio in nessun modo addentrarmi nella “questione omerica”, crearono il personaggio del greco Aiace, possente e quasi imbattibile guerriero di Salamina, cugino di Achille, figlio di Telamone, da qui il patronimico Telamonio che lo accompagna e lo differenzia da Oileo altro Aiace dell’epica greca ma di tutt’altro spessore umano, vabbè per stringere, quando narrarono di questo enorme personaggio i cantori dell’antica Grecia mai avrebbero pensato che sarebbe stato utilizzato come simbolo di una fantastica squadra di calcio, (due in realtà ma della Corsica, con tutto il rispetto dovuto, ci frega il giusto oggi).

Eppure la testa adornata dall’elmo tipicamente greco campeggia con possanza su tutte le bandiere relative alla squadra di Amsterdam che porta proprio il nome del guerriero greco… bravi l’Ajax… ma come avete fatto a indovinare?

Quello che i più non sanno, vuoi perché quando a scuola abbiamo dovuto studiare qualsivoglia argomento la capacità di apprezzare ciò che leggevamo era quantomeno fallata dall’imposizione di imparare quello che eravamo obbligati a leggere, vuoi perché una bassa percentuale di esponenti della razza umana si occupa oggi di mitologia classica, è che Aiace Telamonio tentò di fracassare la testa di Ettore figlio di Priamo ecc lanciandogli addosso un masso di enormi dimensioni. Fin qui normale amministrazione, il principe troiano però venne salvato dal tempestivo intervento di un altro combattente troiano, un guerriero cosi rispettoso delle divinità che aveva un grande futuro davanti a se e non poteva in nessun modo morire prima di aver portato a termine il suo compito. Questi combatté contro il mostro acheo che rispondeva al nome di Achille e poco prima di finire infilzato dalla lancia del pelide, venne avvolto da una spessa coltre di nebbia e trasportato in fondo alle fila dell’esercito della Troade, l’intervento divino fu opera di Poseidone che già sapeva.

A questo punto dovreste aver capito che il guerriero troiano in questione scappò dalla città assediata e con il padre in spalla si mise in marcia verso altre terre dove si sarebbe compiuto il suo destino. Quel guerriero rispondeva al nome di Enea figlio di Anchise e padre di Ascanio… e niente è considerato il capostipite di quello che sarebbe diventato il temibile impero romano.

Vabbè lezione di epica finita, (mmm forse no ma niente spoiler) a questo punto la domanda sorge spontanea e tutto sommato anche condivisibile “ Ma a noi che ce frega dell’Iliade e dell’Eneide?”

Come dicevo condivisibile, ma ad una più attenta revisione storico-epica-sportiva quello che è successo nei 180 minuti (200 con recupero annesso) del quarto di finale di Europa League che ha messo di fronte Aiace e Ene… cioè Ajax e Roma andrebbe inserito di diritto nella mitologia.

Ma… rullo di tamburi… andiamo per ordine.

La Roma di Paulo Fonseca, unica sopravvissuta al massacro europeo delle squadre dell’italico movimento è a circa 90 minuti dall’impresa storica, il raggiungimento della semifinale di coppe europee è evento assai raro nell’Urbe e addirittura da quando la competizione ha perso il più accattivante nome di Coppa Uefa non era mai successo.

La Roma bostoniana di Pallotta circa tre anni fa aveva raggiunto la pazzesca semifinale di Champions League con una partita pressoché perfetta giocata contro i campioni di tutto in maglia azulgrana…si dai quelli che avevano Messi Suarez Iniesta e poi hanno salutato a due passi dalla gloria giocando in maniera un po’ scriteriata contro il Liverpool di Klopp che stava prendendo le misure al  mondo del calcio prima di spaccarlo negli anni successivi.

La Roma texana di Dan e Ryan Friedkin invece doveva giocarsi il passaggio del turno dopo la vittoria sofferta arrivata in casa olandese grazie ad una prodezza di Roger Ibanez nel finale e alle parate di Pau Lopez in versione polpo e forse anche in quel caso c’è stato l’intervento di Poseidone che dei polpi in quanto dio del mare è padre e protettore ma scurdammoce ‘o passat.

All’Olimpico di Roma arriva una banda di ragazzacci olandesi che si frappone tra i lupi e la gloria.

L’Ajax di Erik Ten Hag gioca bene al calcio, con un’abilità rara e letale nell’attacco delle linee che però la Roma riesce a leggere quasi sempre in modo corretto. Il primo tempo si chiude sullo zero a zero con una buona occasione per Pellegrini che scivola al momento di far male all’ex Stekelenburg e un gol annullato a Jordan Veretout per posizione di fuorigioco.

Gli olandesi fanno un possesso palla quasi imbarazzante, ma estremamente sterile e fine a se stesso, tanto che non si ricordano parate di Pau Lopez nella prima frazione di gioco.

Inizia la ripresa e circa 4 minuti dopo il fischio dell’arbitro di Manchester arriva il masso scagliato da Aiace, un enorme sasso che prende il nome di Brian Brobbey, animalesco attaccante olandese di 19 anni che sfrutta alla perfezione un lancio del compagno e taglia la retroguardia capitolina inserendosi tra Mancini e Cristante e battendo con un tocco beffardo Lopez in uscita disperata.

Aridaje… tocca vede n’altro suicidio collettivo? Sembra proprio questo il destino tessuto dalle Parche infatti dopo pochi minuti l’Ajax trova il raddoppio con Tadic, sfruttando un momento di “cecità” del direttore di gara che non vede il palese fallo di Tagliafico su Mhkitaryan e convalida il 2-0 per i lancieri.

Per fortuna però in Europa (o in Italia?) non hanno capito come funziona il  VAR, quindi in barba a tutti quei discorsi sul fatto che se l’arbitro reputa regolare una situazione il VAR non può intervenire… il VAR interviene e la rete viene annullata.

Da quel momento proprio come successo all’andata la partita cambia e la Roma trova coraggio.

Coraggio ma anche incoscienza, ma soprattutto coraggio però, perché se è vero che la tanto demonizzata “costruzione dal basso” fa perdere anni di vita ai tifosi è vero pure che se riesce la squadra avversaria viene spaccata in verticale, e allora avoglia a correre per recuperare.

Capita quindi che dal basso Gianluca Mancini pressato decide di non lanciare alla viva il parroco, ma serve Bryan Cristante da San Vito al Tagliamento che spaccando in mille pezzi lo schieramento olandese esce palla al piede dal pressing oranje, e serve il 77 armeno che di sinistro lancia nello spazio Riccardo Calafiori classe 2002 che ha il non facile compito di sostituire Spinazzola. Calafiori si fa tutta la fascia, entra in area, mette a sedere Timber poi guarda in mezzo e lascia partire un bel cross mancino che viene sporcato da Gravenberch.

A questo punto altro intervento divino, ma questa volta abbandoniamo le classicità e ci addentriamo nelle nevose terre del nord dove i lupi e non è un caso trovano il Valhalla con uno che per assonanza ha il nome simile al padre di tutti gli dei.

Ghiaccio Bollente come lo definisce Repice, ma anche la montagna incantata o il robotico automa Goldracco delle cinepartite di quel genio che risponde al nome di Johnny Palomba, per noi semplicemente Odino, anzi per la precisione Edin, Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo, il diamante bosniaco, l’uomo che per la sempre irreprensibile stampa italica ha messo le mani addosso a Fonseca e che vuole spaccare la Roma, proprio lui il numero 9 si avventa sul pallone e lo scaraventa in porta per il gol qualificazione.

Esultanza rabbiosa di Dzeko, esultanza pazzesca quella di tutti i suoi compagni, da quel momento, minuto 72 a parte le ingiustificate paure del tifoso romanista la partita può dirsi finita.

A fine partita Ten Hag si lamenta del direttore di gara, che ci tengo a ricordare ha ammonito pure me dal divano di casa, perché ha annullato il gol del 2-0. Il bravissimo tecnico olandese ha, come si dice in greco antico, “rosicato” e oserei dire quasi perso il senno ma anche in questo caso non dobbiamo stupirci più di tanto perché anche Aiace secondo la narrazione di  Omero impazzisce e rosica non avendo ricevuto le armi di Achille, quindi punito da Atena compie una strage di pecore scambiandole per gli atridi Menelao e Agamennone rei di avergli preferito Odisseo. Rientrato in se e vedendosi sporco di sangue ovino capisce l’onta e decide di suicidarsi gettandosi sulla spada che Ettore gli aveva donato alla fine del loro duello conclusosi in parità.

In parità, proprio come il quarto di finale di ritorno dell’Europa League, proprio quello che ha visto trionfare gente che può annoverare tra i suoi antenati un guerriero schieratosi con i troiani, salvato dagli dei, che ha avuto l’onore e l’onere di dare vita al più grande impero mai conosciuto, impero che ha portato la sua fame di conquista e di gloria fin nelle umide terre di Albione, occupando una città del nord della Britannia che all’epoca era chiamata Mancunium e se tanto mi da tanto, e se le divinità greche, romane ma anche norrene (si prende tutto come gli antichi romani) ci assistono ci si ribecca per una lezione di storia intorno alla fine di aprile.  

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