Un merito alla SuperLega va dato. Che piaccia o meno, che ci si senta danneggiati o che non faccia a molti né caldo né freddo una cosa va confermata: per la prima volta da mesi nella giornata di ieri il panorama mediale mondiale, e non solo italiano, non ha parlato solo di Covid-19. Un unicum a cui, sinceramente, non pensavamo di poter arrivare in tempi così brevi. E dunque ecco perché oggi siamo qui a parlarne anche noi.

Lo stupore è stato molto, sia per la notizia in sé sia per la portata di una tale ipotesi di Lega, ma la verità è che oltre ai commenti nella sezione sportiva del sito un particolare ha attirato la nostra, e soprattutto la mia, attenzione. Non è solo un affare calcistico. La SuperLega riguarda 12 club di calcio. Certo. Loro i firmatari e fondatori e sempre loro quelli che poi scenderanno in campo. Ma la portata di una tale competizione coinvolge automaticamente, in maniera ovviamente negativa, molti altri aspetti e istituzioni del giorno d’oggi.

E non si parla solo di UEFA, FIFA o Federazioni nazionali sia chiaro. Non è un caso che anche personalità di alto spessore politico si siano esposte e schierate in prima linea contro questa proposta. Boris Johnson ha annunciato che l’idea «sarebbe dannosa per il calcio», ma anche il presidente francese Emmanuel Macron ha provato a tutelare il proprio massimo campionato, sostenendo «la posizione dei club francesi, che si sono rifiutati di partecipare al progetto che mette a repentaglio il principio di solidarietà e di meritocrazia nello sport». Da questa lista non è escluso neanche il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, che per ovvi motivi occupa un posto di rilievo tra i massimi esponenti del panorama politico europeo e internazionale. «Il Governo – dice il premier – segue con attenzione il dibattito intorno al progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport».

Un messaggio necessario, ma che incarna in realtà quel pensiero che praticamente tutti i tifosi del mondo professano da ieri. La bellezza del calcio, che vive da anni comunque un periodo di smarrimento a causa della spettacolarizzazione eccessiva dei propri campionati, deriva dall’inseguimento di quel sogno basato non solo sul denaro, ma sulla meritocrazia. Sulla possibilità che ognuno, anche solo per una volta, possa trionfare potendo contare solo sulle proprie forze.

Certo, risulta difficile per chi segue il calcio da anni pensare che davvero tutto si possa ridurre solo a questo. Ma in fondo, chi non ci ha mai davvero sperato che la propria squadra compiesse un’impresa? O che un giocatore segnasse un gol impossibile allo scadere? Potremmo restare qui a scrivere un’infinità di domande ma non lo faremo. Quello che vogliamo fermamente sottolineare in questa sede è l’impossibilità di elevarsi a indiscussi sovrano di un’attività che appartiene al popolo. Che dà speranza ai cittadini comuni. Quando lo scorso anno venne dato il via libera per riprendere la Serie A durante il periodo di lockdown non sera stata la Lega a vincere la propria battaglia, ma i tifosi.

Erano loro ad avere bisogno di qualcosa in cui credere. A cui aggrapparsi. La funzione sociale dello sport sottolineata dal premier Draghi è anche e soprattutto questa. Renderlo un privilegio per pochi eletti, su invito per giunta, va contro ogni principio di democrazia stessa. Un’oligarchia calcistica, che odia i meriti e che non può essere scalfita. E non si parla dell’idea di un re filosofo come sosteneva Platone nella Repubblica, non c’è filosofia in questo. Solo religione e dio denaro.

I problemi con cui doversi scontrare sono molti e tutti fondamentali per il destino non solo dell’Italia. La SuperLega potrebbe benissimo essere estromessa da questi, è evidente che Covid-19, vaccini, PNRR abbiano la precedenza. Ma il calcio va oltre tutto, politica compresa. Sa regalare emozioni che niente al mondo può dare ed è giusto che non si corra il rischio di accantonare i tifosi. Il rischio infatti è che le squadre preferiscano avere al loro seguito solo abbonati e non supporters. Diteci voi che mondo sportivo sarebbe…

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