La Colombia continua a essere teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. Da giorni ormai i colombiani scendono in piazza per far sentire la propria voce contro il governo, presieduto da Iván Duque, e la proposta di una riforma fiscale che avrebbe colpito in maniera negativa soprattutto la parte più povera della popolazione. I cittadini hanno chiesto che il disegno di legge venisse revocato, ma nonostante la richiesta sia stata accolta la situazione non sembra essersi calmata.

I colombiani infatti criticano l’operato dell’esecutivo, che tocca indici di gradimento bassissimi, continuando a scendere in strada ogni giorno, chiedendo in ogni parte del paese che le città vengano smilitarizzate, visto che le forze dell’ordine controllano con la violenza lo status quo. Inoltre, i manifestanti vorrebbero che il governo varasse vere riforme, soprattutto di tipo sanitario e pensionistico, garantendo la fine delle persecuzioni politiche e la creazione di un reddito minimo per le fasce più povere. Il governo non ha accolto queste richieste al momento e la situazione potrebbe peggiorare da un momento all’altro.

La riforma tributaria

La proposta della riforma si inserisce all’interno di un contesto, quello dell’America Latina, fortemente colpito dal Covid-19. La pandemia non ha fatto altro che aumentare i disagi economici e sociali di un paese già pesantemente colpito dal divario tra classi ricche e povere. Nel solo anno 2020 infatti il PIL della Colombia ha registro un calo del 7%; mai nella sua storia era accaduta una cosa del genere. Ma, come detto, la pandemia ha colpito pesantemente soprattutto la fascia di popolazione meno abbiente, registrando il 42,5% di povertà monetaria.

La Colombia inoltre è uno dei paesi del Sud America ad esser stato maggiormente colpito dal Coronavirus. Stando infatti ai dati ufficiali, che potrebbero non essere completi o che potrebbero esser stati modificati, sarebbero quasi tre milioni i colombiani che hanno contratto il virus e più di settantamila sono morti per colpa di quest’ultimo. La Colombia vanta il record negativo di essere il terzo paese dell’America Latina per numero di persone contagiate. Il Covid-19 ha influito così negativamente sulla vita dei cittadini e sulla finanza dello Stato che si è deciso di correre ai ripari con una riforma tributaria.

Questa aveva il compito di aumentare il numero delle entrate e, stando ai dati diffusi dall’esecutivo colombiano, sarebbe stato possibile recuperare più di sei milioni di dollari. Con questi soldi il presidente aveva dichiarato che avrebbe realizzato programmi sociali per favorire le fasce di popolazione più a rischio, ipotizzando la creazione di un reddito di sostegno che aiutasse i cittadini pesantemente colpiti dalla pandemia. Per fare questo la riforma avrebbe però aumentato l’IVA, ossia l’imposta sugli scambi di beni e servizi, soprattutto sui beni di prima necessità causando non pochi disagi alla popolazione. Inoltre, gli aumenti avrebbero colpito il settore dei servizi pubblici e, soprattutto, dei servizi funebri, che in questo periodo a causa della pandemia hanno aumentato notevolmente i propri introiti.

A far esplodere davvero le proteste però sono stati gli aumenti delle tasse che hanno colpito i redditi medi colombiani, lasciando fuori dal disegno politico le finanze della fascia di popolazione più ricca. Il presidente Duque ha provato a spiegare ai media la riforma, che il 15 aprile è stata approvata dal
Parlamento, ma ha dichiarato di essere sorpreso da alcune delle misure previste nella proposta di cui non era a conoscenza.

Il video con cui il presidente Duque ha annunciato il ritiro della proposta di riforma tributaria

L’inizio delle proteste

La popolazione non ha ovviamente accettato queste misure ed è scesa in piazza per protestare. La situazione ha continuato a scaldarsi fino alla data simbolo del 28 aprile, quando in quasi tutta la Colombia migliaia di persone hanno proclamato un grande sciopero nazionale per protestare contro la riforma. Di tutta risposta il governo ha deciso di tutelarsi decretando il coprifuoco e schierando i militari per disperdere i manifestanti.

I colombiani però, che hanno sofferto nell’ultimo anno lunghissimi periodi di lockdown duro che hanno fatto fallire molte attività nel paese, hanno sfruttato questa occasione per scagliarsi contro il governo in maniera violenta, seminando caos in giro per le città coinvolte nelle proteste. Il presidente Duque ha autorizzato così l’uso della forza, lasciando carta bianca alle forze dell’ordine per sedare le rivolte. Il bilancio parla di almeno ventuno morti tra i manifestanti, più di novecento feriti, tra cui una decina di studenti che hanno perso un occhio a causa dei gas lacrimogeni e delle violenze.

La repressione dei manifestanti da parte delle forze dell’ordine però è andata ben oltre i metodi coatti, visto che almeno quattro donne avrebbero denunciato negli ultimi giorni di esser state violentate da alcuni membri dell’Esmad, il reparto speciale di polizia antisommossa. Il governo ha così annunciato lo scorso 2 maggio che avrebbe ritirato la riforma tributaria. Lo stesso Ministro delle Finanze si è dimesso, ma questo evento non ha sortito alcun tipo di effetto sui manifestanti. Questi hanno continuato a scendere in piazza per far sentire la propria voce e gli scontri con le forze dell’ordine non hanno fatto altro che intensificarsi. La polizia, insieme all’esercito, continua a utilizzare la violenza per reprimere le manifestazioni e la situazione potrebbe degenerare da un momento all’altro.

Uno dei tanti video delle proteste a Bogotá

Alta tensione contro il governo

Ma non è la prima volta nell’ultimo periodo che in Colombia i manifestanti si riversano in strada per protestare contro il governo. Nel 2019 infatti più di duecentomila persone avevano partecipato a una marcia in memoria di Dilan Cruz, un giovane ucciso con un colpo di pistola sparato dall’Esmad, il reparto antisommossa della polizia. Il presidente Duque in quell’occasione aveva incontrato gli organizzatori della manifestazione, che chiedevano al governo di abbandonare la proposta di riforma fiscale, la completa attuazione dell’accordo di pace firmato con i ribelli di sinistra delle Farc nel 2016 e ovviamente lo scioglimento immediato del reparto Esmad.

Erano stati i giovani per lo più a scendere in piazza, visto che come in molti avevano dichiarato ai microfoni della Reuters: «Dilan avrebbe potuto essere me. Siamo di fronte a un governo che non vuole aiutare i giovani ad andare avanti, anche se noi siamo il futuro». Alla fine Duque non aveva accolto le tante richieste dei manifestanti, ma era riuscito ugualmente a calmare le acque con la promessa di promuovere una legge anticorruzione nel Paese.

Altre manifestazioni contro il governo e contro l’uso indiscriminato delle violenze da parte delle forze dell’ordine erano andate in scena lo scorso settembre, quando Javier Ordóñez era stato ucciso da due agenti di polizia. Il 46enne sarebbe stato colpevole di non rispettare le regole relative al distanziamento sociale, ed era stato colto mentre si trovava in compagnia di alcuni amici a bere. I poliziotti lo avevano immobilizzato a terra e avevano iniziato a colpirlo con un taser.

L’uomo, come è possibile vedere all’interno di un video diffuso in rete per denunciare l’accaduto, avrebbe chiesto agli agenti di fermarsi, in quanto stava soffocando, ma questi avevano scelto di non ascoltarlo e continuare a colpirlo. Dopo esser stato portato all’interno della stazione della polizia, Ordóñez è stato trasferito in ospedale dove è deceduto.

Subito dopo la notizia della sua morte sono scoppiate violente proteste a Bogotá, dove almeno sette persone sono state uccise dalla polizia, 248 manifestanti e cento agenti sono rimasti feriti e quasi quaranta centrali di polizia, che spesso consistono in piccole strutture sparse per la città, sono state distrutte o incendiate. Per provare a riportare la situazione alla normalità i due poliziotti sono stati sospesi e il presidente Duque, insieme al Ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo, ha annunciato che verrà aperta una rigorosa indagine su quanto accaduto.

Anche il sindaco di Bogotá, Claudia López, aveva condannato l’inaccettabile brutalità della polizia colombiana, scagliandosi però allo stesso tempo contro le devastazioni portate avanti dai manifestanti nelle stesse ore. Il caso venne paragonato a quello di George Floyd negli Stati Uniti e in quei giorni sui social network l’hashtag #ColombiaLivesMatter divenne molto popolare. L’attenzione mediatica ricevuta sia all’interno del Paese che dai media internazionali fu molto ridotta, così le proteste con il passare delle ore iniziarono a ridursi.

Quanto accaduto questi giorni a Cali, e in altri luoghi della Colombia, ha avuto un impatto molto maggiore, grazie soprattutto ad attrici, attori, personaggi pubblici, influencer e celebrità di ogni tipo che si stanno unendo per dare maggiore visibilità agli eventi tramite i loro social network. Tutti uniti dalla frase «Anche se non vivete in Colombia, dite al mondo cosa ci stanno facendo». E questo sta funzionando, visto che le Nazioni Unite hanno deciso di chiedere spiegazioni al governo per quanto sta accadendo nel paese.

Marta Hurtado, una portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha dichiarato che l’ONU ha ricevuto rapporti e testimonianze di un uso eccessivo della forza da parte degli agenti di sicurezza, di sparatorie, di uso di munizioni vere, di pestaggi nei confronti dei manifestanti e anche di detenzioni dei cittadini colombiani. Se la situazione non dovesse rientrare nei prossimi giorni la sensazione è che saranno proprio le Nazioni Unite le prime ad intervenire contro l’attuale governo Duque, ormai recidivo per quanto riguarda l’uso di violenza contro il suo popolo.

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