Pandemia, vaccinazioni, fondi provenienti dal Recovery Plan e questione migranti. Qualcuno potrebbe azzardare che i veri problemi che Mario Draghi è stato chiamato a risolvere nel nostro Paese siano questi. E avanzando questa teoria in parte non si potrebbe che essere tutti d’accordo, se non fosse che il suo ingresso a Palazzo Chigi è stato soprattutto colpa di un sistema che non sembra funzionare e che non fa altro che aprire crepe al suo interno giorno dopo giorno. Questo sistema è ovviamente quello dei partiti.

Il fallimento delle forze politiche aveva costretto il Presidente della Repubblica ad affidare l’incarico all’unico uomo capace di mettere tutti d’accordo, l’ex banchiere della BCE. Nessun partito era stato capace di produrre una valida alternativa, e che se ne dica ancora le percentuali di gradimento dei vari sondaggi non sono in grado di modificare l’attuale struttura del Parlamento. Per questo motivo nonostante una forza sia oggi all’opposizione, Fratelli d’Italia, la maggioranza è praticamente assoluta dopo la tornata del 2018.

Ma non divaghiamo. Si è detto che i partiti sono attualmente la vera spina nel fianco del premier, ed è questa cosa evidente. Se infatti Draghi costruisce un Italia che possa uscire il prima possibile dalla crisi pandemica, sia economicamente che a livello sanitario, sembra che ai partiti questo non importi. Non è dunque un caso allora forse che nel momento della composizione della squadra di governo, nei Ministeri più importanti ai fini del Recovery Plan il presidente abbia scelto di inserire tecnici, o per meglio dire suoi uomini di fiducia. E non a caso su quel fronte l’Italia viaggia spedita, con il piano pronto e la cabina di regia variabile già ideata e solo da sistemare.

Ma mentre l’esecutivo pensa a questo, i partiti sono lì che sventolano le loro bandierine. Il problema è che finché a essere in lotta erano i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra poteva anche funzionare la cosa, bastava mediare e il gioco era fatto. Ma quando all’interno della stessa coalizione iniziano i problemi allora il meccanismo Si blocca. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono coesi quando si tratta di urlare alle elezioni, ma la vicenda Copasir sta mettendo in crisi tutto.

Fico e Casellati scrivono alla Lega per sollecitare la sostituzione dei dimissionari, respingendo in sostanza la richiesta che il partito di Salvini aveva portato avanti di azzerare del tutto il Comitato. Non a caso di tutta risposta i capigruppo Romeo e Molinari replicano chiedendo le dimissioni dell’intero organo, visto che in questo momento il Copasir «non risponde ai criteri di legge». Nell’ultimo incontro di centrodestra si è detto che l’argomento non è stato menzionato, ma se questo è il clima presto potrebbe accadere qualcosa.

Ma neanche il centrosinistra a oggi riesce a dare garanzia al premier. Con il partito di maggioranza relativa bloccato dalla sue stesse regole e con Conte in silenzio stampa da tempo ormai. E nonostante i sondaggi parlino di un calo delle preferenze anche in Parlamento sembra che il peso del M5S sia calato. Discorso simile con Letta, che da migliore alleato di governo per il premier è diventato quello da riprendere in più occasioni, per la gioia di Salvini che ringrazia per i continui attacchi e per la visibilità gratuita.

Così dalle parti del Colle sembra che inizino a girare alcune preoccupazioni. Se infatti Draghi era stato chiamato per mettere tutti d’accordo e lasciare tempo prezioso ai partiti per riorganizzarsi e rimettersi in piedi, il rischio ora è che ci si infili in un cul-de-sac. A forza di logorarsi tra loro prima o poi le forze politiche trascineranno con sé anche l’esecutivo. E il fatto che il semestre bianco si stia avvicinando non fa che aumentare questo timore. Il 3 agosto è sempre più vicino.

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