Una ricorrenza particolare in un momento particolare. Il 75° anniversario della Festa della Repubblica si celebra ancora una volta durante il periodo caratterizzato dalla pandemia, che costringe le istituzioni a evitare per il secondo anno consecutivo di festeggiare come è sempre stato. Tutti insieme.

L’ultimo 2 giugno per il Capo dello Stato, che fra due mesi sarà costretto a diventare osservatore della scena politica che aprirà le danze come non mai rischiano di bloccare l’operato del governo Draghi. Ma c’è ancora del tempo e Sergio Mattarella farà il possibile per garantire il funzionamento continuo delle nostre istituzioni, vedi la convocazione di alcune settimane fa dei Presidente delle Camere proprio per discutere della velocizzazione dei dibattiti in aula.

L’ultima Festa della Repubblica per Mattarella da Presidente in carica ha una valenza tutta particolare. Il Capo dello Stato infatti si ritrova a rivestire ancora una volta i panni di quelli che furono politici di altri tempi, e in questo caso il paragone con Enrico De Nicola è d’obbligo. Sia chiaro non tanto per l’area politica, quanto piuttosto per aver occupato entrambi le vesti di Presidente della Repubblica e aver vissuto entrambi un momento cruciale della storia italiana. La fine della guerra e la nascita della Repubblica da una parte e la crisi pandemica e la lotta al Covid-19 dall’altra. E allora anche le parole pronunciate dai due non si discostano troppo tra di loro.

«La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede. E l’Italia – rigenerata dai dolori e fortificata dai sacrifici – riprenderà il suo cammino di ordinato progresso nel mondo, perché il suo genio è immortale. Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà: se ne ricordino coloro che sono oggi gli arbitri dei suoi destini» furono le parole durante l’insediamente di De Nicola.

«Se ora possiamo guardare con maggiore fiducia al futuro, è soprattutto grazie alla ricchezza di risorse che il Paese ha saputo trovare o riscoprire e all’apporto unitario che ciascuno, non senza sacrificio, ha offerto. La mia gratitudine va a ciascun cittadino che, con il proprio senso civico e il rispetto delle regole, ha dato il suo personale contributo alla lotta contro il virus. Il mio pensiero, in particolare, è per gli anziani e i giovani, radici e futuro della Nazione, che hanno subito in modo rilevante, nei propri percorsi di vita, l’impatto della crisi» le parole di Sergio Mattarella inviate ai Prefetti d’Italia.

Discorsi non troppo diversi tra loro, che mirano a toccare le stesse corde e a ricordare il grande sforzo che è stato fatto fino a questo momento sia per costruire l’Italia come la conosciamo oggi che per uscire, a piccoli passi ancora, dall’emergenza. Il settennato di Mattarella a breve si concluderà e anche se la crisi non sarà superata del tutto, quel che è certo è che senza la sua guida dal Colle forse non saremmo qui dove siamo oggi. Con l’economia in leggera ripresa, con un premier capace di garantire fiducia in Italia e in Europa, con un piano che ci permetterà di avere a disposizione ingenti fondi provenienti da Bruxelles, con il piano vaccinale che prosegue a ritmi sempre maggiori, con i casi in diminuzione e le terapie che lentamente si svuotano.

Non un merito diretto di Sergio Mattarella, ma sotto sotto il suo zampino c’è e come. Il modo in cui ha saputo gestire due crisi di governo, un Parlamento depauperato del suo ruolo in certe fasi e il fatto che il Paese reale e il Paese legale siano a oggi tra loro molto lontani. Piccoli gesti colti dai pochi ma che danno la misura di quanto il suo apporto sia stato fondamentale per questa fase storica. E allora, forse, l’ultimo 2 giugno di Sergio Mattarella anche se solo con il pensiero lo passeremo comunque tutti uniti.

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