✒️ – Referendum – Istituto giuridico per il quale, in senso lato, è consentita o richiesta al corpo elettorale una decisione su singole questioni; in senso più ristretto, pronuncia popolare, autorizzata dalla legge e nei modi da questa previsti, su un atto normativo. Nell’attuale ordinamento italiano sono previste due forme di referendum: il referendum sulle leggi costituzionali, esperibile solo se la legge costituzionale non abbia avuto l’approvazione dei due terzi del parlamento; il referendum sulle leggi ordinarie, cui si può ricorrere per l’abrogazione totale o parziale di determinate leggi ordinarie quando lo richiedano almeno cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali; sono inoltre previsti referendum regionali su leggi e provvedimenti amministrativi delle regioni, in conformità ai singoli statuti.

Ovviamente la scorsa settimana si è celebrato il 2 giugno lo storico referendum costituzionale con cui i cittadini nel 1946 votarono a favore della Repubblica, e dell’assemblea costituente. Eppure non è solo la Festa della Repubblica a far tornare in auge il termine, quanto piuttosto la necessità di sbloccare i fondi del Next Generation EU. Dopo il lavoro portato avanti dal governo per la stesura del Recovery Plan, con approvazione da parte di Bruxelles, adesso è arrivato il momento che la macchina parlamentare si metta in azione.

Nei prossimi mesi saranno proprio le Camere ad avere un ruolo centrale, visto che proprio da loro passerà il futuro dell’Italia. Tra i tanti paletti che l’Unione ha imposto per garantire l’erogazione dei fondi c’è anche quello delle riforme, una su tutte quella relativa alla giustizia. La Ministra Cartabia in questo senso viaggia spedita per la diminuzione di almeno il 40% sui tempi dei giudizi civili, una riduzione del 25% su quelli penali e la revisione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il percorso non è semplice ovviamente, visto che il tempo stringe e la scadenza è fissata per la Legge di Bilancio, ossia la fine dell’anno e non oltre. Solo che lungo la tortuosa strada spesso ci sono degli intoppi, che in questo caso sono precisamente sei e si chiamano referendum. Matteo Salvini, insieme a Maurizio Turco, ha presentato in Cassazione sei quesiti relativi referendum sulla giustizia. I temi riguardano la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, la limitazione alla custodia cautelare, l’abrogazione della legge Severino, l’abolizione dell’obbligo della raccolta firme per i magistrati che vogliono candidarsi al Csm e il diritto di voto per i membri non togati nei consigli giudiziari.

Ma la vera sorpresa arriva tra le fila dei vari partiti, che non vedono di buon occhio la questione. In una lettera al Foglio infatti Bettini, volto iconico del Partito Democratico, ha detto parlando esclusivamente per sé di essere favorevole con la proposta di Lega e Radicali, visto che i temi trattati non rientrano nella riforma e sono utili per ampliare il discorso.

Ma il PD come l’ha presa davvero? I democratici sono solito non andare d’accordo con i referendum, ma l’imbarazzo questa volta si crea in quanto il segretario Enrico Letta si ritrova con una gatta da pelare. Bettini parla a titolo personale, ma è evidente il tentativo di trascinare con sé parte del partito. Il segretario però si trova dalla parte opposta della barricata, visto che il lavoro del Ministro Cartabia non deve essere rallentato in alcun modo. Queste sono riforme necessarie per il Paese, non solo per il Recovery Plan, e per questo l’occasione di portarle avanti con un governo composto da una maggioranza quasi totale non ricapiterà più.

L’idea di Lega e Radicali è quella di ampliare il discorso sul tema, ma la sensazione è che si rischi davvero di perdere troppo tempo. Tempo che l’Italia non ha dalla propria parte, vista non solo la scadenza della Legge di Bilancio ma anche l’inizio del semestre bianco. È proprio il 3 agosto la data limite che spaventa più di ogni altra cosa. Il vero inizio della fine del settennato di Mattarella rischia di mettere tutti i partiti volenterosi spalle al muro e, allo stesso tempo, di bloccare anche lo stesso Draghi. Ma far fallire il piano non è una grande idea a livello politico, i consensi non farebbero che scendere.

Per questo la scadenza della legislatura nel 2023 fa molta più gola ai partiti, Lega in prima linea. Ci saranno dunque degli intoppi, ma la strada da qui alle prossime politiche sembra già essere tracciata. Speriamo.

L’ESPRESSIONE

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