Le dinamiche che hanno portato alla nascita del governo Draghi ha reso evidente il grande fallimento della politica. Questo non si mostra per l’inizio di una crisi in tempo di pandemia o durante i lavori preparatori per la consegna del documento più importante degli ultimi anni, il Recovery Plan. Niente di tutto questo. Il fallimento si palesa nel momento in cui con tutti questi problemi il Paese, inteso come politica, non sia in grado di individuare un’alternativa. Che non sia ovviamente quella di rimettere tutto in mano al Presidente della Repubblica e far iniziare ad aprire e chiudere la sua fisarmonica.

Dovendo Mattarella garantire l’ordinamento e portare avanti l’unità nazionale, non poteva certo lasciare gli italiani in balia di mesi di campagne elettorali ed elezioni che non avrebbero fatto altro che dividere ancora di più i partiti. Così scelse di calare il jolly, chiedendo a Mario Draghi di trovare una quadra. L’ex Bce riuscì nell’incarico affidatogli dal Presidente della Repubblica, che ha ovviamente giustificato questa scelta con la necessità di lasciare ai partiti il tempo di rimettersi in sesto.

Per un motivo o per l’altro ogni gruppo politico attraversava, o avrebbe attraversato di lì a poco, gravi turbolenze. Così facendo invece ognuno avrebbe avuto il tempo di lavarsi i panni in casa e prepararsi per ripartire non appena possibile. Un grande regalo quello del Capo dello Stato, che oggi sta riscuotendo quanto promesso. Se infatti fino a pochi mesi fa l’inferno dantesco era la più simile rappresentazione della politica italiana, si potrebbe dire che adesso Dante grazie al suo Virgilio abbia messo piede all’interno del Purgatorio.

La strada per il Paradiso è ancora molta, ma il primo necessario passo da fare è quello della stabilità. Senza infatti una situazione ben delineata è impossibile pensare che la macchina pluralista possa riprendere a funzionare senza intoppi. Nonostante le elezioni amministrative di ottobre, che al momento non sembrano interessare molto ai vari blocchi di centrodestra e sinistra come dovrebbero, la strada è già tracciata e le politiche del 2023 sono cerchiate in rosso sul calendario. Ognuno vuole arrivare preparato, competitivo e con alte percentuali di voto nei sondaggi.

È per questo che nonostante il centrodestra sia alto nei sondaggi il lavoro di Matteo Salvini non si ferma mai. Il leader del Carroccio vede infatti la sua leadership minacciata da Giorgia Meloni, in costante ascesa, e per questo corre ai ripari con una mossa tattica: la federazione del centrodestra con “l’annessione” di Forza Italia. Il partito di Berlusconi e in discesa nei sondaggi, soprattutto perché l’ex premier non riesce più a mostrarsi in pubblico come faceva un tempo. Ovvio che in politica molto spesso due più due non fa quattro, ma anche se dovesse fare tre Salvini sarebbe contento. A guadagnarci, forse, sarebbe anche Berlusconi che spera di aver guadagnato una promessa di voto in vista della tornata per il Quirinale.

Anche nel centrosinistra l’inferno va dipanandosi, con il PD che lentamente cerca di trovare la quadra dopo l’addio di Zingaretti e l’ingresso di Letta e il M5s che finalmente può rinascere. I democratici stanno infatti cercando di segnare il proprio territorio, lanciando giorno dopo giorno i temi su cui costruire il proprio futuro. La volontà sembra quella di spostarsi a sinistra ritrovando i veri valori del partito e, allo stesso tempo, il nemico unico della destra. Il lavoro però è arduo, sia perché alcune scelte di campo risultano incomprensibili anche per i vicini al segretario, sia perché personaggi di un certo peso come Bettini che hanno dichiarato di essere favorevole alla proposta di Lega e Radicali. Senza parlare poi del rischio correnti

Discorso diverso per i grillini, che vedono finalmente la luce in fondo al tunnel. Casaleggio ha infatti consegnato la lista degli iscritti e ha scelto di lasciare Rousseau. Esulta Conte che adesso dovrà solo attendere i voti degli iscritti per essere semplicemente legittimato come capo politico. I dubbi persistono sul futuro, se infatti l’alleanza con il PD sembra poter essere coltivata, sull’immagine e il nome del partito non vi è certezza. Così almeno sembra dalle parole dell’ex premier rilasciate ieri al Corriere della Sera. Ma ciò che conta davvero è che da qui al 2023 la ristrutturazione sarà completata.

Se così dovessimo rifarci a Dante per immaginare la fine di queste vicende, non ci resta che immaginare che presto o tardi nel 2023 potremmo finalmente dire: «E quindi uscimmo a riveder le stelle».

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