Il centrodestra si divide e si unisce. Si sfalda e si riforma. Un a lunga e lenta attesa, con l’obiettivo di tessere le trame per arrivare compatti ai prossimi appuntamenti elettorali. O almeno quasi a tutti, visto che per le amministrative i tre partiti continuano a non trovare una quadra comune. Nella giornata di ieri è arrivato infatti ancora una volta un rinvio su Milano e Bologna. Appuntamento tra una settimana con scelte civiche, ergo soggetti molto legati all’ambiente in cui si trovano e poco conosciuti a livello nazionale.

Un rischio? Forse. Ma il punto è che la partita delle amministrative al momento risulta essere secondaria rispetto al vero dibattito interno alla coalizione: ossia quello della federazione. Per i più nostalgici si tratta di un partito unico di centrodestra, ma poco importa visto che la sostanza è praticamente la stessa. Solo che anche in questo caso l’attesa la fa da padrona. Perché se Berlusconi cerca di velocizzare i tempi, soprattutto in vista dell’inizio del semestre bianco, dall’altro lato è Salvini a chiedere di rallentare. «I partiti unici non li inventi dalla sera alla mattina» sono le parole del leader della Lega durante un forum organizzato dall’ANSA.

«Una federazione del centrodestra che sostiene il governo che abbia una posizione unica, un portavoce, penso sia un valore aggiunto. In prospettiva ci si potrà presentare insieme alle elezioni nel 2023, ma ora bisogna mettere in sicurezza l’Italia». Insomma la sensazione è quella di correre insieme, ma di farlo a tempo debito. Ognuno dei tre partiti non a caso ha un proprio interesse. La Meloni spinge per puntare tutto sulle amministrative e cementificare i consensi guadagnati da quando si trova all’opposizione. Berlusconi cerca di tornare il volto capace di aver creato il nuovo partito, con la P maiuscola, con cui puntare alle elezioni. Ovviamente Forza Italia sparirebbe, visto che senza di lui non avrebbe senso di esistere, ma la sua figura sarebbe per sempre centrale nel blocco.

Così facendo il gioco potrebbe permettergli di arrivare alle elezioni del 2022 per il Colle come un politico capace di legare e mettere d’accordo tutti. Il Cavaliere non ha mai nascosto le sue ambizioni di puntare al Quirinale. E infine c’è Salvini, che punta alle politiche del 2023 e ovviamente a Palazzo Chigi. In questi due anni il leader della Lega però dovrà lavorare molto, soprattutto sul versante europeo, dove Berlusconi potrebbe aprirgli con la fusione dei loro partiti la strada per entrare nel PPE.

Politici con interessi differenti che possono però beneficiare della loro unione. Il punto è capire se saranno capaci di accorgersene o se alla fine sceglieranno di farlo davvero. Anche perché vorrebbe dire rinunciare alla “cosa” che hanno costruito o ereditato così faticosamente. Difficile fare un passo indietro e rinunciare a questo. Anche perché poi si porrebbe un altro grande problema, qualora la federazione funzionasse chi sarebbe il politico a guidarla? Per rispondere ovviamente si dovrà attendere.

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