L’atelier di Pietro Ruffo è una fucina di sperimentazione.

Il pastificio Cerere è una realtà che ha segnato le pagine più radiose della storia dell’arte del secondo dopoguerra, in particolare dagli inizi degli anni ’80 del xx secolo, e oggi ospita anche lo studio di un artista che scardina completamente l’immaginario Bohémien che ancora perpetua la sua sopravvivenza nella mente del grande pubblico.

Una fabbrica è il luogo perfetto per interagire con l’arte seguendo il modus operandi di Pietro Ruffo che vive la pratica creativa come una disciplina fatta di costanza e allenamento quotidiano.

La formazione di Pietro Ruffo come architetto ha lasciato in questo giovane artista un’eredita di carattere segnico, frutto di metodiche e controllate ricerche.

Nelle sue produzioni dal carattere così diversificato si rintraccia la costante della teorizzazione ed è l’impeto invece il grande assente nella modalità di lavoro che ormai da anni Pietro Ruffo porta avanti.

La sua poliedrica creatività lo spinge a esplorare con uno sguardo scientifico la storia dell’uomo, dando spazio alle sue parentesi più brillanti, per poi farsi carico della narrazione di quelle più oscure e drammatiche.

Il modo di parlare e di intendere il mondo di questo artista lasciano all’avventore la sensazione che tutto venga indagato con una lente speciale, pura e semplice, similare a allo sguardo di un bambino. In realtà lo spessore della sua produzione rimane innegabile ma è proprio la leggerezza dell’arte, nata da una tale mente creativa, che riesce a non mancare di rispetto anche alla più sconsolata delle storie, sfuggendo all’esigenza di una narrazione cupa e tendente alla tragedia.

La carta è da sempre il medium favorito di Pietro Ruffo che ancora una volta testimonia il lascito della sua formazione di progettista e disegnatore. Nelle sue produzioni l’amore per questo materiale non lascia dubbio: sulla fibrosa superficie cellulosa, l’artista plasma il suo codice di immagini che risalgono alla passione per l’antropologia e sopratutto alla storia dell’uomo e del suo impatto sul mondo

Proprio questa passione lo ha spinto a cimentarsi nello studio dei fenomeni migratori che rappresenta una delle grandi fatiche che l’umanità sta portando avanti nel nostro tempo ma che sempre rappresenta parte integrante della natura animale racchiusa nel DNA della nostra specie.

Il tema del viaggio si trasforma nel tempo, durante gli anni di ricerca: la migrazione è un fenomeno che ha sempre segnato le vicende dell’uomo e della sua storia ma le vie che Ruffo sceglie per scandagliare questo territorio sono molteplici. La testimonianza più efficace di questo perpetuo e inarrestabile sogno dinamico della nostra specie è la carta geografica.

Ruffo riproduce e rielabora questi strumenti in cui una realtà già deformata, non perfettamente adiacente alla tangibile realtà, si rinnova e questi diventano così una guida per orientarsi non solo ormai nel mondo del visibile ma quello del pensiero e della storia, dell’uomo e del mondo.

L’arte si permette la licenza di proiettare quello che la storia e la cronaca cela Viene ribaltato il senso monofocale che rende possibile leggere il mondo da una sola prospettiva e ne proietta verso di noi le mille sfaccettature. L’arte insinua nello spettatore l’idea che tutto può e deve essere riletto con altri occhi e Pietro Ruffo si pone sulle spalle il peso della narrazione dimostrando di saperlo trasportare con grazia.

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