Non bisogna farsi distrarre da quello che sta succedendo in Europa. Perché se è vero che anche l’Italia ha appoggiato la protesta all’Ungheria di Orban dopo l’adozione di un pacchetto di leggi che colpisce la comunità Lgbtq, dobbiamo comunque ricordare che nel nostro Paese il dibattito in merito al tema non se la passa tanto meglio. Da tempo ormai il testo del Ddl Zan ad esempio è fermo in Commissione al Senato ed è di soli pochi giorni fa la notizia di una nota verbale da parte del Vaticano.

Prima però che l’argomento divampasse senza più controllo sul piano politico, visto che Draghi si prepara al prossimo Consiglio europeo, è stato lo stesso premier a fugare ogni dubbio e mettere a tacere anche la nascente cerchia di vaticanisti che ha posato per alcune ore la lavagnetta degli schemi dell’Italia e ha preso in mano un manuale di diritto canonico. Il Presidente del Consiglio, come anche il Presidente della Camera Fico, ha voluto parlare a viso aperto a tutti i parlamentari, ricordando che nonostante il Governo stia seguendo la questione, questo sia il momento del Parlamento.

Il premier ha scelto prima di ripassar alcuni punti fondamentali da tenere a mente, scusandosi quasi per la banalità delle proprie parole: «Il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere e di legiferare». Sarebbe potuto bastare questo, ma ovviamente Draghi vuole sanare ogni dubbio. Così cerca di ricordare a tutti come «in una sentenza della Corte Costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali».

L’ex Bce prova a scuotere la situazione, anche per tentare di sbloccare l’iter in un senso o nell’altro e portare le parti in lotta a trovare un compromesso. «Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità, e poi ci sono i controlli successivi nella Corte Costituzionale».

Il tentativo sembra funzionare. Se da una parte il centrodestra nelle ultime ore non si era espresso sulla questione, sia perché favorito dalla nota del Vaticano sia perché in attesa di un intervento del premier, il centrosinistra ritira su la testa. Il segretario Letta si schiera con Draghi dichiarandosi pronto a lavorare per superare i colli di bottiglia, mentre la senatrice del Pd Monica Cirinnà, responsabile nazionale dei diritti, spinge per accelerare l’analisi del testo in commissione: «Un ottimo intervento, che conferma la necessità di procedere nei lavori parlamentari sul ddl Zan, avendo come faro – con la laicità – la tutela della dignità delle persone».

L’unica voce che si alza dal centrodestra è quella di Giorgia Meloni, che essendo l’unico partito di opposizione riesce ad attirare a sé più attenzione di chiunque alto. «Penso che l’iter parlamentare della norma, finché non si dirime questa controversia, debba essere momentaneamente sospeso» sono le sue parole. Solo che la controversia in realtà non c’è mai stata e se anche ci fosse il fatto che il testo si trovi ancora in Commissione permette di rivederlo e portarlo in aula velocemente. Questa è anche la proposta di Alessandro Zan, padre del ddl, che chiede di approvare la Legge così com’è. Il motivo è ovvio, il Parlamento nei prossimi mesi sarà blindato e dovrà correre per stare dietro ai paletti del Recovery Plan. Insomma, ora o mai più.

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