Il dibattito è aperto da tempo, ma di vere strategie e, soprattutto, di veri schieramenti al momento non ce ne sono. Non ci si faccia ingannare dall’ormai nota divisione centrodestra e centrosinistra, i partiti in vista dell’elezione del futuro Presidente della Repubblica non sanno che pesci prendere. Certo, qualcuno dirà che prima ci sono le amministrative, c’è da discutere il Ddl Zan e soprattutto ci sono in ballo le riforme per non bloccare l’arrivo dei soldi del Next Generation EU.

Tutto vero. Però tutti questi eventi sono propedeutici. Ossia ci preparano a quello che sarà il main event di questa legislatura e che in molti ormai attendono con ansia. I giochi di forza, i nomi e le possibili variabili sono calcolabili con un minimo di attenzione. Se non fosse che questa volta, alla stregua dei partiti, anche gli osservatori non sanno quale potrebbe essere l’esito del voto per il Quirinale.

Il motivo è presto detto. Per tutti gli eventi sopracitati è evidente che i partiti stiano giocando la propria partita singolarmente, senza guardare in faccia nessuno e chiudendosi nei propri castelli pronti a sventolare questa o quella bandierina. Dal Recovery Plan, con la riforma della giustizia da una parte e i referendum voluti dalla Lega, al Ddl Zan, con gruppi che vogliono solo votare e altri che prima appoggiavano il disegno o ora non è chiaro cosa vogliano fare.

Ma anche le amministrative regalano qualche indizio. Si pensi ad esempio al centrodestra, fortemente criticato per aver perso molto tempo ad individuare il giusto candidato per le grandi città. Per non parlare poi della scelta dei candidati, tutti profili civici. Si potrebbe sostenere che questo potrebbe essere un punto a favore, i partiti pensano di portare avanti figure che conoscono le realtà cittadine. Soggetti vicini alla popolazione, che capiscono i veri problemi da risolvere.

Ma la realtà nasconde un’altra verità, che può essere tradotta come l’incapacità di trovare profili politici adeguati, preparati e combattivi per presentarsi alla tornata elettorale. E se questa mancanza si palesa già in questi mesi per le amministrative cosa accadrà poi per il voto del Quirinale? Salvini e Meloni spingono sul nome di Draghi un po’ per convenienza, così si potrebbe tornare a votare subito e stando ai sondaggi per loro sarebbe un testa a testa, un po’ perché non ci sono alternative. Anche per questo motivo la suggestione Silvio Berlusconi prende quota e viene valutata positivamente in quanto nome in grado di unire e di regalare un vantaggio alla fazione.

Non se la passa meglio il centrosinistra, dove Letta sa solo di voler tenere Draghi il più possibile blindato a Palazzo Chigi così da aver tempo almeno fino al 2023 per rivedere le alleanze e sperare che il M5S trovi la sua via. Già perché i grillini al momento sono presi dalla diatriba tra Conte e Grillo, con Di Maio e gli altri saggi in mezzo a provare a mediare. I Cinque Stelle non stanno prendendo in considerazione le amministrative, figurarsi se pensano al Quirinale.

Prosegue così la marcia a fari spenti dei partiti, che barcollano nel buio. Solo che la strategia non è voluta. Non lo fanno per evitare che gli altri si accorgano di loro o capiscano la tattica, lo fanno perché non hanno un’alternativa, se non quella di andare avanti e sperare che la soluzione illumini il loro cammino. Chissà chi sarà il primo ad accendere la torcia della speranza.

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