I tamburi si riscaldano. I cori iniziano a risuonare. I borsoni si aprono in maniera inversamente proporzionale agli stomaci di tutti noi. Ultime ore, ultimi minuti, ultimi secondi. Poi toccherà al campo decretare a chi consegnare la gloria, a chi la polvere. Anche se, in fin dei conti, gli Azzurri almeno in parte han già vinto.

Non erano i favoriti. Non erano il super collettivo Campione del Mondo in carica, ne coloro che avrebbero dovuto – e che magari ci riusciranno pure – “riportarla a casa”. Sia chiaro: non si è arrivati fino all’ultima fermata del viaggio per vedere altri alzarla al cielo di Wembley. Vincere non può essere un’opzione ma l’unica alternativa possibile. O, per dirla alla Boniperti, l’unica cosa che conterebbe davvero, che permetterebbe a Mancini e ai suoi ragazzi di issarsi nella Leggenda. Più che altro perché noi siamo l’Italia quattrovoltecampionedelmondo e accontentarsi di essere a Wembley non può bastare. Viste, però, le premesse occorre anche oggettivizzare un contesto sportivo inizialmente disastroso.

In ogni caso, ricordiamolo di nuovo: loro, gli azzurri, hanno rimesso in piedi una chiesa il cui lascito, dopo Italia-Svezia, era solo un cumulo di mattoni impolverati. Ci hanno fatto riavvicinare al colore azzurro. Hanno nuovamente reso capace un popolo di scendere in strada a festeggiare già dal raggiungimento dei quarti di finale. Questo, ecco, sì, fa tutta la differenza del mondo.

Senza dubbio, comunque, si vuol vincere. Un po’ perché la Coppa manca dal ‘68. Un po’ perché, se addirittura francesi e tedeschi fanno il tifo per noi, vuol dire che in fondo ce la meritiamo. Un po’ perché Wembley è un teatro così splendido che sarebbe un peccato non violarne la sacralità. Un po’ perché nell’ultimo anno e mezzo abbiamo sopportato il covid, tenuto in piedi un paese sul lastrico ed, in fondo, il pallone è sempre stata quella cosa – forse l’unica – che riesce ad unirci.

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Vada come vada, insomma, sperando che vada bene. Nel segno del ringraziamento di tutto lo staff, di tutti i calciatori, di tutti coloro che hanno permesso di rivivere le notti magiche. Così simili a quelle del 2006. Confidando in un ugual, dolcissimo, epilogo.

PS: l’impresa calcistica sarebbe indubbiamente più dolce se preceduta da una su un altro prato celebre inglese, quello di Wimbledon. Forza Berrettini!

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