Era il 1986 l’anno in cui Haiti riusciva dopo quasi ventotto anni a liberarsi dalla dittatura dei Duvalier e ottenere una nuova Costituzione. A distanza di molti anni però di quella carta oggi restano poche conquiste, come la libertà di parola e di associazione. I fatti degli ultimi giorni infatti hanno messo a nudo i problemi e le incognite che la legge costituzionale nasconde al suo interno, trascinando il paese nel caos e in balia, nuovamente, di un’unica figura.

La notizia della morte del presidente della Repubblica di Haiti, Jovenel Moïse, paralizza Haiti, che si ritrova al momento blindata, a causa dello stato d’emergenza, e sotto il controllo del primo ministro uscente, Claude Joseph. La crisi del sistema però ha radici profonde, che precedono la morte di Moïse e sono riconducibili proprio all’anno di stesura della Costituzione.

Nel 1897 il referendum votato dalla popolazione, che prevedeva la fine della dittatura e l’introduzione della democrazia e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nella carta costituente, non ha saputo cristallizzare la situazione politica, che è diventata nuovamente violenta con l’avvicinarsi delle prime elezioni. Nella tornata elettorale di quell’anno infatti i militari appartenenti al vecchio regime resero le votazioni complicate e caotiche, uccidendo in vari punti del paese i cittadini che tentavano di avvalersi di un proprio diritto.

A nulla servì la vittoria del candidato di centrosinistra, Gérard Gourgue, visto che dopo neanche tre anni si tornò al voto. Con la fine della guerra fredda nel 1990 la speranza era quella di figure politiche che sapessero guidare Haiti fuori dalla crisi, ma la vittoria di Jean-Bertrand Aristide venne resa nulla dopo pochi mesi dalla conquista del potere da parte di forze militari. In questo periodo di lotte politiche a risentirne fu ovviamente la popolazione e l’economia.

Dalla stesura della Costituzione i vari esecutivi hanno introdotto politiche che hanno avuto l’obiettivo di rimuovere le barriere tariffarie e intaccare la produzione locale, pesantemente colpita anche dalla politica degli Stati Uniti che ha favorito l’importazione di cereali dal paese. La conseguenza è stata quella di aver aumentato la necessità di importare beni di prima necessità, non a caso oggi Haiti importa quattro volte più di quanto esporti.

La crisi viene definitivamente aggravata dal terremoto del 2010, che colpisce direttamente o indirettamente quasi quattro milioni di persone (a causa degli ingenti danni materiali che vengono riportati in tutto il territorio) e uccide più di 250 mila haitiani. Questa situazione di precarietà è ancora in corso e il fatto che dal 1986 siano annoverabili otto colpi di stato, 34 cambi di governo e cinque elezioni fallite non fa altro che peggiorare la crisi.

La morte del Presidente Moïse in questo senso si inserisce in un difficile contesto politico-economico, che vede Haiti in balia degli eventi della fascia di popolazione più ricca. Proprio quest’ultima infatti è in grado di influire pesantemente sulle sorti delle elezioni, come accaduto nel febbraio 2016 con la tornata elettorale che ha visto trionfare Jovenel Moïse. Questo aveva vinto l’anno precedente, ma a causa della bassa affluenza e delle molte polemiche per il voto alla fine si era deciso di indire nuove elezioni.

Anche in questo caso a trionfare è stato l’ex presidente, verso il quale però non sono mancate le contestazioni a causa del basso numero di voti ottenuti per vincere (solo seicentomila nonostante Haiti conti quasi undici milioni di abitanti). Il quotidiano Hoy ha parlato di colpo di stato, ma la comunità internazionale ha lasciato correre la vicenda scegliendo di non intervenire. In questo modo il 17 febbraio 2016 il presidente Moïse avrebbe dovuto insediarsi, ma le molte polemiche e il riconteggio dei voti hanno ritardato di un anno l’inizio dei suoi cinque anni di mandato.

L’articolo 134 della Costituzione prevede dei correttivi per evitare che il potere presidenziale possa estendersi, così da evitare il ritorno di una dittatura. Solo che Moïse era stato in grado di superare i dettami costituzionali, visto che i suoi cinque anni di mandato sarebbero dovuti terminare a febbraio 2021 mentre il Presidente ha dichiarato che sarebbe rimasto in carica fino al 2022. Nonostante sia specificato che il decorrere del lustro inizi dal momento della sua vittoria, avendo ritardato di un anno l’inizio del suo mandato Moïse non si è fatto da parte.

Il rapporto con il Parlamento era però problematico da tempo, visto che dal 2018 il Presidente della Repubblica non è stato in grado di far accettare nessun primo ministro proposto. Lo stesso Moïse aveva nominato personalmente Jean-Michel Lapin come primo ministro ad interim (che lascerà il suo posto a Claude Joseph nel 2021), mettendo da parte il parere dei parlamentari e delle opposizioni. Il suo nome inoltre era da tempo al centro di alcune inchieste di corruzione, che spingevano le forze politiche a chiedere le sue dimissioni.

La vicenda dell’uccisione del presidente è stata gestita in maniera ferma dalle forze dell’ordine haitiane, che dopo poche ore dall’attentato avevano ucciso quattro membri e fermato due soldati del commando. L’operazione è stata condotta insieme alle forze colombiane, che hanno fermato 28 persone che stando agli indizi raccolti farebbero parte del commando penetrato ad Haiti. Resta da capire ancora se c’è stato un mandante e le motivazioni che hanno spinto questi ex militari a compiere il gesto.

La morte di Moïse lascia ora un enorme vuoto politico nella società haitiana. Al momento infatti mentre il paese cerca di capire quanto è accaduto, si parla di un commando di quasi trenta uomini, il Parlamento ha visto il primo ministro Joseph salire al potere e dichiarare lo stato di emergenza. La Costituzione prevede in questi casi che sia il capo della Corte Suprema a gestire la situazione, ma quest’ultimo è morto di Covid-19 alcune settimane fa e il vuoto di potere non lascia presagire nulla di buono per i cittadini.

Questo perché mentre il potere si trova in mano a Joseph, in contemporanea anche Ariel Henry rivendica il suo diretto di salire al governo e gestire l’emergenza. Quest’ultimo era stato nominato nuovo primo ministro due giorni prima che il Presidente Moïse venisse assassinato e oggi chiede di far rispettare quella decisione e governare come legittimamente dovrebbe fare. La situazione è instabile e la popolazione si trova allo sbando. I due contendenti però nelle ultime ore hanno lanciato segnali positivi ai cittadini.

Al momento infatti non sembrano volersi combattere, al contrario hanno dichiarato di essere in contatto per trovare una soluzione che sia pacifica e permetta al paese, una volta terminata la crisi, di tornare a votare. «Ci sarà un accordo. Stiamo mettendo gli haitiani al primo posto, è una soluzione che penso farà piacere al popolo haitiano. Ci sarà un accordo che permetterà al paese di lasciare questa zona di instabilità» ha dichiarato Ariel Henry. Simili le parole di Joseph, che ha sottolineato come «l’ultima cosa che vogliamo in questo momento sia una lotta di potere».

La speranza per il popolo di Haiti è quello che queste parole si avverino e non rappresentino, ancora una volta, solo una vana promessa. Il futuro presidente del paese, terminata questa situazione di emergenza, dovrà gestire la crisi sociale ed economica in cui l’isola versa. Resta da capire se e quando potranno però svolgersi nuove elezioni e, soprattutto, se queste saranno scevre da ogni irregolarità.

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