Mettere gli Stati Uniti d’America al primo posto. Sembrava dovesse essere questo il senso delle parole pronunciate da Joe Biden durante la conferenza stampa convocata in fretta e furia per gli eventi in Afghanistan. Il quarantaseiesimo presidente a stelle e strisce ne avrebbe volentieri fatto a meno, anche perché se già la situazione non era delle migliori per quanto stava accadendo a Kabul, le sue parole non hanno fatto altro che aumentare la soglia di stress dal punto di vista internazionale. Biden nel ribadire le motivazioni che avevano spinto gli USA a muovere sul paese ha sottolineato come l’obiettivo non fosse fare nation building. Eppure, come ben noto a tutti, gli Stati Uniti oltre che al controllo del territorio per evitare attacchi terroristici avevano scelto di dedicarsi all’addestramento dell’esercito afgano.

Un errore dietro l’altro ha sottolineato qualcuno, mentre altri hanno voluto soffermarsi sulla scelta di spingere il paese verso quello che alcuni chiamano isolazionismo. Così facendo Biden ha scaricato anche tutti alleati sul piano internazionale. Tutto giusto magari fino alla giornata di ieri, quando all’aeroporto di Kabul, che doveva essere “zona sicura”, si sono susseguite alcune esplosioni che hanno causato decine di morti.

La notte più lunga della presidenza Biden era appena iniziata e il capo della Casa Bianca a stento è riuscito a trattenere la commozione davanti al podio. Una situazione che non fa che aggravarsi con la condanna anche da parte talebana dell’attentato, che scarica però la responsabilità sugli USA. Biden messo alle corde che minaccia ritorsioni, ma che vorrebbe solo chiudersi in una stanza con i propri generali per evitare ulteriori danni.

Ecco allora che la leadership che da sempre ha contraddistinto le scelte dei paesi europei, e non solo, rischia di venire meno. Esiste però una possibilità di salvezza e di ripresa per l’America e, non a caso, arriva proprio dall’Unione Europea. Ne è convinto Timothy Garton Ash, saggista, giornalista britannico e professore di Studi Europei presso l’Università di Oxford, che in una sua analisi scrive apertamente di ribaltare un famoso detto dell’ex Ministro degli Esteri britannico George Canning: chiamiamo il vecchio mondo a ristabilire l’equilibrio del nuovo.

Detto fatto, visto che negli ultimi giorni i principali leader del vecchio continente, Merkel, Macron, Draghi e Johnson, si sono mossi per intavolare un dialogo e delle trattative durante il G7, che si è svolto qualche giorno fa, e soprattutto del G20 allargato a cui dovrebbe prendere parte anche il Pakistan. Nel comunicato rilasciato ieri sera dai sette leader è chiaro che la protezione dei civili e il funzionamento dell’aeroporto di Kabul sono una priorità, come aveva dichiarato anche lo stesso Biden. Diverso il discorso relativo all’evacuazione del personale straniero, che per il presidente americano deve concludersi non oltre il 31 agosto. Johnson e Macron hanno provato a mediare un’estensione, ma il poco margine per discuterne e i rischi sembrano aver scoraggiato gli animi.

Eppure, da alcune dichiarazioni trapelate nella serata di ieri è evidente come la road map fissata dai leader serva ad andare incontro alle esigenze americane e rimettere proprio Biden al centro dell’attenzione. Lo stesso Presidente del Consiglio europeo, Charsles Michel, nello spiegare la necessità di sfruttare tutto il tempo a disposizione per i rimpatri dall’Afghanistan, ha citato espressamente gli Stati Uniti come paese con cui ha sollevato direttamente il tema. La domanda sorge dunque spontanea: è possibile individuare un altro collante a livello internazionale pari a quello americano? La risposta sembra essere evidentemente negativa e, non a caso, ci si è mossi rapidamente per evitare ulteriori strappi. All’interno dell’Unione nei prossimi anni i ruoli saranno tutti da ridefinire, vista l’uscita della Gran Bretagna, la fine dell’era Merkel, il poco tempo rimanente a Draghi all’interno di Palazzo Chigi e la tornata presidenziale francese che non garantisce a Macron un bis.

In uno scenario tutto da scoprire la sensazione è che i leader vogliano lasciare una precisa eredità almeno sul piano internazionale. Una legacy che ha garantito negli ultimi anni un ruolo privilegiato all’Unione e che ha visto gli Stati Uniti essere al centro del sistema. Per questo un eventuale passo indietro di Biden non garantirebbe al blocco atlantico lo stesso peso verso gli altri grandi competitor del mercato globale. Vedi ad esempio la Cina, che non ha proceduto all’evacuazione del proprio personale diplomatico da Kabul ed anzi ha fatto sapere tramite la portavoce del Ministero degli Esteri, Hua Chunying, che il paese è pronto a instaurare relazioni amichevoli con il nuovo governo. Diverso il discorso per la Russia di Putin, che secondo fondi diplomatiche avrebbe ottenuto delle garanzie per la sicurezza della sua ambasciata. Nonostante questo, quando Draghi ha interloquito con il presidente russo quest’ultimo si è detto preoccupato per la presenza di gruppi jihadisti lungo i propri confini.

Uno scenario in continua evoluzione, che dovrà essere monitorato attentamente da parte dell’Europa. Il rischio di una anarchia internazionale, come la chiama qualcuno, è dietro l’angolo. Il motivo è semplice, senza una guida chiara ognuno non farebbe altro che curare i propri interessi. Ecco allora che l’isolazionismo americano deve essere scongiurato in ogni modo. Non tanto per tornare in Afghanistan, visto che ormai su quel fronte l’unica cosa da fare sembra essere limitare altri danni, quanto piuttosto per correre uniti verso le nuove sfide che l’era post Covid nasconde. L’Europa può rivestire un ruolo da protagonista ma per farlo avrà bisogno degli Stati Uniti, che non a caso sperano in un intervento del vecchio continente. Fonti vicine alla presidenza Biden hanno dichiarato alla Reuters che saranno grati agli alleati che li aiuteranno ad alzarsi. L’Europa ha dimostrato di saperlo fare durante la pandemia, adesso è il momento di ricordare anche agli USA come ritrovare sé stessi.

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