Partiamo da un dato. Di tutti gli italiani che avevano la possibilità di recarsi a votare in questi due giorni, solo il 54.69% ha espresso la propria preferenza all’interno dei seggi. Un’affluenza bassa, che però altro non è che il frutto di mesi di campagna elettorale fatta in modo unico. Quasi non facendola direbbe qualcuno. I vari candidati si sono battuti sul territorio, ma i partiti che li hanno sostenuti hanno pensato a ben altre questioni. Risultato? Praticamente quasi un italiano su due ha scelto di restare a casa, non sentendosi rappresentato dalla classe politica attuale.

Dal dibattito vax-no vax-ni vax-bho vax, fino ad arrivare alle riforme che negli ultimi mesi hanno tenuto banco tra Camera e Senato per lo sblocco die fondi del Next Generation EU. Prima dell’estate c’era il Ddl Zan, poi è rimasta solo la lotta alla pandemia e il Green Pass. In tutto questo scenario però, le principali città italiane si preparavano ad andare al voto. Questo si inseriva in un contesto poco stabile, che ha visto la classe politica fallire dopo la fine del governo Conte bis e accettare l’arrivo di un tecnico, un esterno come Draghi, che fosse in grado di serrare le fila e salvare la situazione.

Non facile muoversi per questo motivo tra le città, o le Regioni, e il dibattito politico Nazionale. La tornata elettorale diventa allora fondamentale per provare ad immaginare come sarà il futuro della politica italiano fino al 2023. In mezzo c’è l’elezione del Presidente della Repubblica, che potrebbe confermare o ribaltare il risultato di questi giorni, ma la sensazione è che questi numeri prenderanno il posto dei vari sondaggi per molto tempo. Fine della “sondaggite” e inizio “dell’amministrativite“. Ma andiamo più nel dettaglio.

Il gioco delle elezioni proponeva, escluso il caso di Roma, una sorta di ritorno al vecchio bipolarismo centrodestra-centrosinistra. Stando ai numeri la partita al momento è vinta dalla sinistra, o meglio dal Partito Democratico. Milano, Napoli e Bologna infatti chiudono la partita al primo turno. Qualcuno potrebbe dire che i candidati correvano sotto la doppia bandiera insieme al M5S, ma è pure vero che l’apporto dei grillini percentuali alla mano non è così fondamentale. I candidati pentastellati hanno infatti subito un pesante stop, ma Conte festeggia quantomeno la riuscita dell’alleanza con i Democratici, che festeggiano anche il seggio vinto da Letta a Siena.

Da capire solo se ai ballottaggi l’alleanza reggerà, vedi a Roma dove l’invidia di non esserci può rischiare di giocare brutti scherzi che potrebbero mettere il bastone tra le ruote a Gualtieri. C’è poi il centrodestra che esce in realtà sconfitto, nonostante alcune partite non siano chiuse. Salvini a poche ore dalla fine del voto ha dichiarato che forse per la selezione dei candidati è stato impiegato troppo tempo, perdendo chance di fare meglio. Tutto vero, e il ritardo nella scelta era stato notato da più di qualcuno.

Solo che non ci sono solo i candidati, ma soprattutto le issues scelte negli ultimi mesi a gravare sulla scelta dei cittadini. Troppe volte si è scelto di strizzare l’occhio a gruppi di italiani che di base sono una nicchia rispetto alla totalità, vedi i contrari al vaccino e quelli che vogliono tornare a vivere e non rischiare di stare male. Distanza abissale tra i numeri dei due gruppi, ma né Salvini né Meloni hanno mai preso troppo le distanze dalla questione. Ci sono poi i vari incidenti per i candidati, ultimo dei quali quello relativo a Fratelli d’Italia e ai suoi finanziamenti.

C’è poi Roma. Qui era battaglia a quattro annunciata e alla fine a doversela vedere saranno Michetti e Gualtieri. Ballottaggio non scontato, perché in fondo nessuna previsione può essere mai corretta al 100%, anche perché sarà il preludio di una sfida che tra qualche anno a livello Nazionale potrebbe cambiare le sorti del Paese. Il candidato PD dovrebbe contare sul trasferimento dei voti della Raggi, mentre Michetti ha tecnicamente già fatto il massimo in questo primo giro. Resta però un’incognita dal nome Carlo Calenda.

Un anno di campagna elettorale per non riuscire a giocarsi l’accesso al ballottaggio fa male, ma adesso c’è la possibilità di essere decisivo. Sarà infatti lui con molta probabilità a fare da ago della bilancia nel testa a testa del 17-18 ottobre. Resta da capire quale sarà la colazione che sceglierà di prenderlo sotto braccio anche in vista del 2023. Il PD però ha qualcosa per cui rammaricarsi: se lo avesse appoggiato forse, e ripeto forse, avrebbero anche potuto pensare di portare a casa la vittoria al primo turno. La partita adesso è aperta e ognuno ha capito i propri errori. La destra che non “urla” può giocarsela, mentre la sinistra che si compatta con i nuovi alleati non ha rivali. Qualcosa a livello Nazionale cambierà, ma il testa a testa tra le coalizioni a livello locale si preannuncia più incerto che mai. Tutto è aperto, nella speranza che almeno per il secondo turno l’affluenza ai seggi sia maggiore. Anche perché poi non sarebbe corretto lamentarsi per i prossimi cinque anni.

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